Boeri: «Sud, povertà al massimo storico. L'Inps pronto al reddito minimo»

di Nando Santonastaso

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A Tito Boeri, economista e presidente dell’Inps, c’è un dato tra i tanti diffusi giovedì scorso dalla Svimez a proposito del «disastro Mezzogiorno», che fa veramente paura. È quello della povertà. «Perché, vede, si può discutere di questo o quel piano infrastrutturale, della riapertura dei cantieri fermi e di tante altre cose: ma i dati sulla crescita della povertà al Sud sono molto più di un campanello d’allarme che peraltro l’Inps aveva già raccolto», dice. E aggiunge: «Il divario Nord-Sud in termini di povertà era già forte prima della grande recessione, parliamo di 24 punti percentuali. Nel 2014 è arrivato quasi ai 30 punti percentuali, nel Mezzogiorno il 40% delle persone è al di sotto della soglia di povertà contro il 13% del Nord Italia».



Ci si è assuefatti anche a questo dato, presidente? Sud zavorra vuol dire anche Sud da abbandonare al suo destino?

«Noi abbiamo lanciato l’allarme nel corso della relazione annuale presentata al Parlamento, sottolineando come la situazione al Sud fosse molto pesante. La Svimez ha fatto benissimo a mettere l’accento su questo punto perché dell’emergenza povertà, specie al Sud, si parla pochissimo. Anche in questi giorni, ad esempio, ho letto poco al riguardo nonostante i tanti interventi seguiti alla presentazione del rapporto dell’Associazione».

Si ritorna a parlare soprattutto di fondi strutturali, della possibilità di spenderli meglio rispetto al passato, di ministero per il Mezzogiorno...

«Esatto. Ma i fondi strutturali sono stati spesso utilizzati alimentando gruppi di potere locale e nutrendo la corruzione, con operazioni in molti casi di scarsissima efficacia sul fronte dello sviluppo e della crescita dell’occupazione che ci hanno lasciato in eredità burocrazie inamovibili. Di sicuro quei soldi non sono stati spesi per combattere in maniera diretta ed efficace la povertà».

Lei, come presidente Inps cosa propone su questo fronte?

«Noi partiamo dalla consapevolezza che questo problema è di gravità assoluta. L’Inps per contrastare la povertà ha proposto al governo di introdurre in Italia un sistema di reddito minimo garantito che abbiamo chiamato ”sostegno di inclusione attiva” per le persone che hanno più di 55 anni e per le loro famiglie. Siamo voluti partire da questo gruppo di età intanto perché volevamo restare nell’ambito delle competenze e delle possibilità dell’Istituto e poi perché la fascia al di sopra dei 55 anni ha registrato il maggiore incremento nell’incidenza della povertà».

Chi perde il lavoro a quest’età non lo trova più?

«Proprio così. Il rischio di scoraggiare queste persone nella ricerca di un lavoro, dunque, non si pone o si pone in modo del tutto irrilevante. C’è anche un messaggio culturale importante che deve essere dato, soprattutto al Sud: esistono amministrazioni dello Stato efficienti, come l’Inps, che sono in grado di affrontare il problema e alle quali ci si può rivolgere senza alcuna intermediazione e senza dover ricorrere al politico locale. Niente clientelismo, dunque. Il reddito minimo è un diritto di cui le persone possono godere cui corrispondono - è ovvio - una serie di doveri e su cui ci sarà un controllo stringente e costante da parte di un’amministrazione indipendente dal potere politico locale».

Avete fatto un po’ di calcoli? Quanto costerebbe questo sostegno?

«Non posso entrare nello specifico delle cifre per doveri di riservatezza ma posso dire che aiutando solo chi ha davvero bisogno si riesce a spendere poco. Nel formulare questa proposta si terrà conto dei livelli di reddito delle famiglie, si considereranno i loro patrimoni immobiliari e mobiliari e tutti i dati oggi in possesso delle amministrazioni pubbliche verranno utilizzati per controllare l’effettiva condizione di povertà dei potenziali beneficiari. L’Inps ad esempio lavora a stretto contatto con l’Agenzia delle entrate per interfacciare i dati disponibili».

Il reddito minimo così pensato non sembra avvicinarsi molto alla proposta dei 5Stelle che sul tema sono particolarmente attivi...

«Nelle audizioni che ho avuto alla Camera ho parlato anche delle proposte presentate dal movimento 5Stelle. Sicuramente anche le loro idee sottolineano la necessità di affrontare il nodo della povertà. Ma il Movimento ha elaborato proposte poco perché implicano trasferimenti a somma fissa e vanno a vantaggio anche di persone che non sono in condizioni di bisogno. E il cui costo, inoltre, raggiungerebbe i due punti di Pil. La nostra proposta costa molto meno perché serve a integrare il reddito solo per quel che è necessario a garantire agli individui una condizione di vita dignitosa. E perché aiuta solo chi è povero».

Non la preoccupa il fatto che analoghe iniziative in passato abbiano finito per raggiungere tutti tranne che i veri poveri?

«In nome della lotta alla povertà in Italia sono stati introdotti una selva di trasferimenti sociali che vanno a beneficio di tutti tranne che dei più poveri. Ci sono molte prestazioni assistenziali oggi appannaggio del 30% più ricco della popolazione. Su 100 euro di spesa sociale solo 3 euro vanno ai più poveri. Per questo c’è bisogno di un programma riservato a loro: la proposta che abbiamo formulato vuole raggiungere solo queste persone».

Non chiederete risorse allo Stato per attuare questo intervento?

«Assolutamente no. Non a caso abbiamo chiamato la nostra proposta ”chiavi in mano”: le risorse si possono trovare nell’ambito delle politiche oggi gestite dall’Inps e abbiamo la capacità di attuare i controlli, che sono indispensabili. Il governo dovrebbe rafforzare però la nostra capacità di sanzione e di intervento».



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Martedì 4 Agosto 2015, 09:10
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5 di 5 commenti presenti
2015-08-04 09:30:17
C'è da domandarsi se sia giusto e se è da evitare che tali contributi possono andare di esempio al parcheggiatore abusivo fermato qualche mese fa con circa 300 euro per mezza giornata di lavoro. Grazie.
2015-08-04 13:10:12
reddito, non elemosina Occorre costituire una banca del tempo, chi non ha reddito mette a disposizione il proprio tempo alla collettivita': manutenzione al verde pubblico, assistenza agli anziani, formazione, pulizia delle strade, secondo le proprie capacita'. Cosi' I finti disoccupati e I parcheggiatori abusivi dovranno farsene una ragione, chi non ha reddito non riceve una elemosina, non e' a carico della comunita' , ma offre un servizio un certo numero di giorni al mese e ne riceve un compenso.
2015-08-04 14:19:35
Francamente, non capisco se questo signore Boeri lavori per lo Stato e contro lo Stato? E' un dipendente pubblico o un uomo politico in cerca di visibilità? Chi, mi chiedo, gli concede di parlare con tanta frequenza e così liberamente? Poteva farlo prima, certamente, ma allora non doveva accettare un incarico così delicato ed importante. Il Governo dovrebbe, a mio parere, richiamarlo all'ordine o licenziarlo su due piedi. Le sue esternazioni e le sue proposte dovrebbero, a prescindere dalla bontà delle stesse, rimanere all'interno dell'Amm.ne e non essere esposte in maniera provocatoria sui Media. Già una volta, il Ministro del Lavoro ebbe a dichiarare che Boeri parlava a titolo personale....Ma chi lo ha chiamato?
2015-08-05 08:16:07
è inutile parlare,il vero cancro è il lavoro nero, gente che risulta con reddito zero,usufruendo di tutti i benefici che lo stato dà. lavorando al nero,non paga tasse e guadagna più di un lavoratore che sta in regola.avere tutti gli stessi diritti e tutti pagheranno le tasse.
2015-08-09 16:59:48
Come sottolinea Tito Boeri: «Il divario Nord-Sud nel 2014 è arrivato quasi ai 30 punti percentuali e nel Mezzogiorno il 40% delle persone è al di sotto della soglia di povertà contro il 13% del Nord Italia». D’accordo quindi sul possibile rimedio proposto, denominato ”sostegno di inclusione attiva”, a carico dell'INPS, a costi sopportabili e mirati ai casi di effettiva necessità sociale. Intanto però nel Mezzogiorno d’Italia si registrano situazioni che, se affrontate e risolte, darebbero sollievo ed incentivo a consumare, a produrre e, come suol dirsi a Napoli “a ben ingegnarsi”. Mi riferisco ad esempio al comportamento delle compagnie di assicurazione che, a Napoli in particolare, fanno il bello e cattivo tempo e si oppongono strenuamente all’applicazione di una tariffa RCA in linea con la migliore media nazionale. Quanto innanzi anche per gli automobilisti virtuosi che non hanno prodotto incidenti e che non si opporrebbero all’installazione di un meccanismo di controllo (scatola nera). E’ quanto ha riproposto il 31 luglio 2015 la Commissione attività produttive della Camera in attesa della relativa approvazione a settembre da parte della Camera dei deputati in seduta plenaria. E’ auspicabile che le compagnie di assicurazione non si rivolgano agli organi di giustizia europea, come hanno minacciato di fare attraverso l’associazione di categoria ANIA, ritenendosi libere di applicare tariffe RCA disallineate nelle diverse zone del Paese. Con l’applicazione della migliore media nazionale di tariffe RCA, a Napoli e nel Mezzogiorno si risparmierebbero mediamente circa 350 euro a polizza. Da qui un minor costo complessivo di oltre due miliardi di euro per ogni anno, considerando sei milioni di automobilisti assicurati. Due miliardi di euro (venti miliardi in dieci anni) che sono stati e vengono sottratti ogni anno a consumi giornalieri, ad investimenti in beni di lunga durata ed a possibili, nuove iniziative imprenditoriali. Altra situazione da sistemare, con benefici per tutti: in Campania vi sono oltre 200.000 abitazioni realizzate senza i preventivi permessi a costruire. La gran parte di queste costruzioni risponde a criteri di necessità familiare e, sovente, sono la conseguenza di legislazione urbanistica farraginosa e non in linea con le attese e le esigenze dei tempi, non sottacendo comportamenti sonnolenti ed intempestivi delle amministrazioni preposte alla gestione dello specifico settore. Vi è da chiedersi se non sia il caso di legalizzare in Campania, in via eccezionale ed in tempi rapidi le abitazioni costruite in difformità della carente legislazione urbanistica, richiedendo il pagamento dei previsti contributi concessori. Fermo restando, per le abitazioni in essere, il rispetto delle misure antisismiche e prevedendo una attenta e ferma azione decisoria per le prossime iniziative di costruzione. La realizzazione di queste abitazioni ha richiesto, in ogni caso, sacrifici ed utilizzo di risparmio familiare passato e futuro. In molti casi dette abitazioni sono state realizzate su fondi agricoli di 3000-4000 metri quadrati e più, per una pressante esigenza di presenza attiva e continuativa sugli stessi fondi agricoli. E’ il caso, al riguardo, di sottolineare il crescente fenomeno dell’abbandono di terreni agricoli che comporta, oltre alla mancanza di specifica produttività, la minor cura dei territori comunali e regionali, con conseguenti accumuli di rifiuti sui terreni non presidiati, incendi causati dagli arbusti spontanei in progressivo, forte radicamento, presenza crescente di animali selvatici il più delle volte dannosi alle coltivazioni ed agli uomini, ecc. ecc.. Ovviamente tale provvedimento di regolarizzazione urbanistica dovrebbe escludere fabbricati realizzati su siti già destinati ad edifici e strutture di pubblica utilità (strade, piazze, scuole, centri di trattamento dei rifiuti, caserme, ospedali, uffici comunali e regionali, biblioteche, centri di quartiere, centri di riabilitazione, ecc.) e quelli che mettono in forse la sicurezza di abitanti e strutture circostanti. Allo stesso tempo non dovrebbe coprire costruzioni complesse, a carattere altamente speculativo, quali palazzi e quartieri per decine e centinaia di unità immobiliari, salvo possibilità di eccezionale recupero per rispetto e comprensione delle necessità degli occupanti. Ne guadagnerebbero le casse comunali e centrali con la normalizzazione nel pagamento di tributi locali e nazionali. Ne guadagnerebbe il comparto delle costruzioni – da anni in gravi difficoltà – con l’avvio di opportuni lavori di completamento e risistemazioni delle abitazioni, resi possibili ed incentivati a seguito della regolarizzazione amministrativa. Si ristabilirebbe un clima di reciproca comprensione e feconda produttività complessiva in Campania, anche a seguito della contrazione dei lunghi, penosi contenziosi amministrativi e penali che generano senso di precarietà e sfiducia nella vasta popolazione interessata. Si pensi per un momento alla situazione di una famiglia che, forzatamente, senza alcuna alternativa, deve lasciare in tutta fretta un’abitazione (comunque già realizzata) perché soggetta ad abbattimento! Resta ferma ed impregiudicata, in via generale, l’esigenza di legalità e di civica lealtà, per il sano convivere della comunità nazionale. Sono state citate due situazione tra le tante che, affrontate con buon senso, pragmaticità e lungimiranza, potrebbero contribuire ad assecondare un proficuo percorso in Campania, tale da ricreare le condizioni per uno sviluppo sostenibile e per poter trattenere in loco i tantissimi giovani che guardano al resto d’Italia ed ai Paesi stranieri quali mete agognate per costruire il proprio futuro. Sàntolo Cannavale

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