Noa apre il Napoli Teatro Festival
la cantante entusiasma il San Carlo

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NAPOLI - Quell’applauso finale, sempre più intenso, convinto, caloroso, incorona lei, Achinoam Nini, yemenita nata a Tel Aviv e cresciuta a New York, regina della canzone napoletana. Regina straniera, napoletana adottiva (a quando un passo ufficiale?), finalmente al San Carlo con le melodie di «Noapolis» e il suo canto libero, da usignolo del mediterraneo che confessa di aver vissuto, sofferto, amato, viaggiato, studiato. Già, perché è stato lungo il processo di apprendimento, scelta, interiorizzazione di un repertorio che ormai è suo quanto la «Beautiful that way» che compare immancabile nei bis. La nostalgia, la «malincunia» dell’emigrante di «Santa Lucia luntana» diventa nel suo fonema scuro e assorto canzone di esilio e diaspora, come «’A cartulina ’e Napule» parla di chi è costretto a vivere lontano da Israele o dalla Palestina: il sogno della pace, dei due stati e dei due popoli capaci di convivere, è ribadito in ogni suo discorso, in ogni sua apparizione pubblica. «Tammurriata nera» è la danza del meticciaggio etnico e culturale che ogni porto del Mediterraneo dà per scontato.

Il «Napoli Teatro Festival Italia» apre con un cocktail glocal, il più esportato dei beni culturali campani/italiani, e un’interprete d’eccezione, internazionale, ugola che sa vibrare come facevano Gilda Mignonette e Giulietta Sacco, essere cristallina come quella di Joan Baez, ma è inesorabilmente e ineludibilmente personale, originale. La scugnizza di Tel Aviv (in)canta, accompagna con gli occhi e le mani «Era de maggio» (deliziosamente contrappuntata), «Fenesta vascia», «Villanella che all’acqua vai», «Sia maledetta l’acqua». «Napule ca se ne va» è l’omaggio a Roberto Murolo, «I te vurria vasà» un cesello di tecnica che non perde nulla in potenza emotiva. Gli archi del Solis String Quartet tessono per lei arrangiamenti speciali, delicati ma non estenuati, da camera ma contemporanei, antichi ma moderni, raffinati ma essenziali, in cui la chitarra del fido Gil Dor si inserisce con gusto e precisione.
Le rare concessioni al repertorio internazionale (yemenita, israeliano e pop) di Noa sono eccezioni che confermano la regola, uno dopo l’altro i pezzi di «Noapolis» sfilano e strappano l’applauso del pubblico, dai vip attratti dal galà inaugurale (il sindaco De Magistris, il questore Merolla, il prefetto De Martino, più l’ambasciatore d’Israele Naor Gilon e una folta delegazione del suo Paese, stampa compresa, accolti dal direttore artistico Luca De Fusco e dal presidente della Fondazione Campania dei Festival, l’assessore regionale Caterina Miraglia) ai fans che seguono con fedeltà la cantante sin dalla sua prima apparizione napoletana.

«Noapolis» è città immaginaria dalle ferite risanate, miracolosamente curate dal canto di una sirena venuta da così lontano, da così vicino. «Noapolis» è metropoli capace di riconquistare, almeno nello spazio di una canzone, almeno nella cornice fatata del San Carlo, l’armonia perduta. È terra di trilli, di acuti, di bassi profondi. È una serenata sul mare, è malinconia, è appocundria, è eco d’Oriente, è voce d’Occidente. È il perfido gioco di una straniera che gioca in casa, di una viaggiatrice - e non turista - che sa guardare, ascoltare, leggere prima ancora che «suonare la voce». Ma è anche una scommessa, concessa, finora, negli anni recenti solo agli Avion Travel e a Teresa Salgueiro (anche lei con il Solis): la canzone napoletana senza casa si trova bene nel teatro più bello del mondo. Ma servono interpreti veraci, dotati e impegnati come Achinoam Nini, «Nini Kangy» si è ribattezzata lei sulle note di un’altra popolare canzone, giocando a fare la sciantosa senza malizia alcuna.

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giovedì 7 giugno 2012 - 10:10   Ultimo aggiornamento: giovedì 1 gennaio 1970 01:01
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