Maria Pirro

Guida e Port'Alba, finisce
un mondo chiuso in una strada

di Maria Pirro
Tristemente dimenticata, con le sue sentinelle sbaragliate l'una dopo l'altra. Angolo di città e del Paese. Port'Alba perde oggi un altro volto assurto a icona della sua storia, che ha rappresentato un'epoca: è morto Mario Guida, 84 anni, decano dei librai e di quegli storici punti di riferimento a Napoli tramandati di padre in figlio, ormai sbarrati. Ed è la fine di un mondo chiuso in una strada: «L'avvento dei testi scolastici digitali ha staccato l'ossigeno», ha spiegato tante volte suo nipote Diego, 55enne dai capelli sale e pepe, ultimo erede di una famiglia dall'altro ramo estinta a causa degli incassi mancati, anzitutto perché metà degli italiani non legge, chi lo fa acquista sempre più su internet, e i turisti che popolano il centro storico quasi sempre ne ignorano particolari tradizioni e suggestioni, a volte sconosciute agli stessi abitanti. 

Si può provare a camminare sulle orme dei personaggi illustri, che sono passati di qui, per recuperare testimonianze e tradizioni. Un esperimento, per la verità, che comincia qualche mese fa davanti all'ex libreria Guida, fondata a inizio Novecento. E Diego non può che essere il Virgilio della situazione. «Nonno Alfredo creò una biblioteca viaggiante: girava con una bancarella e prestava i testi dietro pagamento», racconta. «Poi trasferì l'attività in un ex negozio di carne cotta, al civico 10, e acquisì la libreria delle vecchierelle». Accanto, tra la vetrina alimentare e il forno a legna, c'è Franco Rinaldi, dell'antica pizzeria Port'Alba. Sospira: «Quanti intellettuali e artisti si sono seduti ai tavolini». Si capisce che irriducibili e nostalgici non hanno mai mandato via i ricordi, neanche dopo la crisi che ha rovesciato simboli e insegne. Franco rievoca addirittura uno scrittore, di due secoli fa: «Charles Baudelaire mangiò una pizza con pomodoro e mozzarella che non si chiamava ancora Margherita». Il banchetto è descritto in un saggio che il 40enne ritrova online, sul telefonino: fosse stato disponibile, a portata di mano, sarebbe andato a ruba tra la folla in ascolto. Solo che, per strada, nella realtà, non rimane traccia dei fiori. Nemmeno di quelli del male. 

Diego è cresciuto, però, sulle spalle dei giganti: dagli anni Sessanta arrivarono a Port'Alba, tra i più famosi, Jack Kerouac, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco. L'elenco sarebbe infinito. Domenico Rea faceva da direttore degli incontri organizzati nella mitica saletta rossa da Guida, con Pellegrino Sarno e Achille Bonito Oliva, in tempi diversi; Luigi Compagnone e Michele Prisco tenevano a battesimo i propri libri. Per «spiare» si fece invitare Giangiacomo Feltrinelli, partigiano ed editore. «Ma il nome dato alla sede non c'entrava la politica», puntualizza il nipote di Mario e Geppino, promotori dell'iniziativa. «A quei tempi i miei zii sostituirono le grate da pollaio all'ingresso con costose vetrine di cristallo e rilevarono lo spazio per i dibattiti, fronte strada, chiamato saletta rossa perché, ormai senza soldi, le pareti restarono del colore pompeiano originario». Nel 1967, quando fu invitato Allen Ginsberg, il papà della beat generation, sempre lì, per accoglierlo si radunarono così tante persone da dover trasferire il dibattito all'ultimo minuto a Villa Pignatelli. Dopo l'incipit di "Urlo", la visita sarebbe, di lì a poco, divenuta leggendaria. «Ci spostammo tutti a piedi dal centro storico alla Riviera di Chiara», ricorda Diego, naturalmente editore di livello, anche se oggi al lavoro da un'altra parte della città, in via Bisignano. «Un po' per sfuggire al caro-fitti, un po' per costruire un progetto mio, ma conservando sedie di un rosso acceso, come filo conduttore, tra passato e presente». Un progetto innovativo riuscito.

Sono trascorsi quasi tre anni, invece, dalla chiusura della sede storica, così a lungo impegnata nelle pubblicazioni e nella promozione di eventi, tanto da essere riconosciuta «bene culturale dello Stato». Rilevata dall'altro ramo della famiglia, la libreria in termini tecnici è fallita. Lo spazio è rimasto vuoto. Intorno, bidoni di rifiuti e venditori ambulanti. E, prima di Mario, l'11 maggio 2016 suo fratello Geppino Guida è morto. Celebrato perché, negli anni Novanta, aveva "inventato" le caratteristiche bancarelle di Port'Alba. D'intesa con gli altri, vendeva su stand dall'unico design, testi usati e racconti di Christie, Poe e Wallace, i gialli della prima collana economica (indimenticabile numero uno: "Poirot e il mistero di Styles Court"), fuori catalogo, rilegature di cartapecora, copertine con straordinarie illustrazioni e scritti filosofici che costavano, a volte, anche solo mille lire, quanto una pizza Margherita a portafoglio. «Era la prima iniziativa in una strada pubblica sponsorizzata da un privato, l'allora compagnia di assicurazione napoletana Siad», afferma Diego, a proposito della strategia di sostegno oggi istituzionalizzata. All'angolo, in piazza Dante, c'era già Pironti, altro libraio-editore: ideatore del dizionario napoletano-americano, invece a Guida si deve il primo dizionario italiano-tedesco stampato in zona. «Sfruttando le conoscenze di lingue, eccezionali in quel periodo, tra le donne in famiglia. Ma le due attività non erano in competizione». Tullio, Pironti il giovane, archiviata la timida carriera da pugile, esordì ufficialmente con una raccolta di articoli scritti da Mimmo Caratelli sulle Olimpiadi del '72, quelle della strage all'aeroporto di Monaco in cui morirono gli atleti israeliani e i terroristi palestinesi. Poi promosse la rivista internazionale Metaphorein, fino all'uscita del Camorrista: il boss Raffaele Cutolo raccontato da Joe Marrazzo mise in fuga i "puristi" del clan di Horst Kunkler. «Le proposte d'avanguardia e legate alla cronaca sono state il suo tratto distintivo: da sempre», riconosce Diego. E la piazza è stata un circolo all'aperto di ozio e di idee, punto di incontro di grandi inviati e scrittori.

Ospite fisso, il gallerista Lucio D'Amelio, e Francesco Durante, giornalista e scrittore, traduttore, tra gli altri, di John Fante, che loda l'originalità e la potenza di quella “editoria da strada”. Spiega: «Di passaggio, a un incrocio o a cena, tutti davano il proprio contributo. Così nuovi libri prendevano forma, con Pironti», il boxeur della letteratura che ha da poco ricevuto dal Comune di Napoli una medaglia. Ha portato in Italia i testi di Don DeLillo, Bret Easton Ellis, Raymond Carver, Naghib Mahfuz e dalla sua personale esperienza, tra "Libri e cazzotti" (ma "cazzotti d'amore"), l'editore ne ha tratto un'autobiografia illuminata in prefazione di Fernanda Pivano, autrice dell'affettuosa metafora dei pugni tirati sul ring della cultura. Per averne una copia, basta chiedere.

Dalla beat alla bit generation, il passo è breve. Anzi, è un salto nel buio. L'ultimo rapporto dell'Associazione italiana editori certifica che «si restringe (ancora) il bacino dei lettori (-3,4%, sono 848mila in meno), si ridimensiona il mercato (-3,6%)». Non solo: «Diminuiscono le copie di "carta" (-6,4%) vendute». Il digitale, in accelerazione costante, rappresenta il 9,4 per cento del mercato e vale oltre 238 milioni. Un altro segno dei tempi è la scomparsa dei depositi locali con la concentrazione delle imprese di distribuzione. «Ciò significa che il libraio non può andare direttamente a prendere due o tre testi per nicchia: sugli scaffali si impongono i best seller», afferma Guida, componente del direttivo di categoria. «Tuttavia, internet può essere un'ancora di salvezza perché consente di raggiungere un pubblico nazionale, superando le difficoltà dovute a un contesto locale critico come quello napoletano e campano». Se i lettori in Italia sono il 41 per cento della popolazione, il dato qui è più negativo: scende sotto il 30 per cento.

Cosa resta di Port'Alba, allora. Da dove ripartire. In tempi di crisi Guida non c'è più, ma Pironti resiste guardando avanti, nonostante la stanchezza. Poco distante la libreria antiquaria Berisio ha un wine bar aperto fino alle 2 di notte e organizza (il mercoledì) aperitivi internazionali per pareggiare gli incassi. «Intercettare la movida è una strategia, ma servono altre risposte, istituzionali, più l'illuminazione e decoro», afferma Diego, con tono solenne, questa volta, da ex assessore: per un biennio, fino al 2011, nella giunta di Rosa Russo Iervolino. «So, quindi, quanto sia difficile operare: a Port'Alba non si è mai riusciti a convergere i flussi di persone provenienti dal metrò di piazza Dante, e la notte c'è troppo buio». «Va rifatto l'arredo urbano per rendere la zona di nuovo punto ritrovo: dopo i lavori, appare più desolata», interviene Durante non lontano dalla statua del sommo poeta circondata dai carri armati dell'esercito e dove i bimbi giocano a Gomorra o a calcio.

«Anche gli scrittori napoletani potrebbero fare di più: appena diventano famosi, dimenticano le origini, preferiscono altri editori, e questo indebolisce un progetto culturale per la città», lamenta da tempo Guida, aggiungendo con orgoglio che addirittura Giuseppe Ungaretti pubblicò un libricino con la sua casa editrice e fu ospite a Port'Alba. «Allora avevo 12 anni e non capivo quasi nulla di quel che diceva, perché il poeta era già vecchio, dalla bocca impastata», arricchisce il racconto, rimescolando i ricordi a pastelli azzurri e rosa, dolci momenti affidati alle parole. Ultime, preziose tracce di sogni spazzati via. Sarebbe bello recuperarne i frammenti, sotto le volte costruite dal duca cui è dedicata Port'Alba. Alla fine, è questo il motivo del viaggio: trasformare una strada in romanzo dal vero, con le sue eduardiane voci di dentro, per attirare alla lettura. Anche così si può rendere popolare il sapere, dargli sapore, e restituire amore per i libri. Con potenti immagini e note a margine: aneddoti rintracciabili nella memoria, personale e di una strada-maestra-dimessa, intrecciata con un aspetto dell'identità napoletana (e italiana) così cara e altrimenti perduta.
Martedì 28 Febbraio 2017, 18:26
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