Appalti e clan all'ospedale di Caserta, assolto ex consigliere regionale Polverino

di Mary Liguori

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Mary Liguori
La sanitopoli casertana iniziò con un’indagine del Ros, ripresa dalla Dia e intersecata da una serie di inchieste che, lambendo l’Asl di Caserta, hanno finito per tramortire l’ospedale del capoluogo, il «Sant’Anna e San Sebastiano», primo ed unico caso in Italia di azienda ospedaliera colpita da scioglimento per infiltrazione mafiosa.
Le mazzette, gli appalti e i voti. La tecnica dei lavori «frazionati» per facilitare gli affidamenti diretti alle ditte amiche. Al centro della giostra, l’ospedale «Sant’Anna e San Sebastiano». In regia, remota, Michele Zagaria, ma soprattutto, Franco Zagaria, suo cognato omonimo e marito defunto di una delle sorelle del boss, Elvira, che in carcere ci è finita con l’accusa di avere ereditato il ruolo di cerniera tra il clan e i funzionari pubblici. E ieri è stata condannata. Ma è una sentenza complessa quella uscita ieri in tarda serata. Una sentenza che respinge una serie di capi di imputazione, fa cadere per molti l’aggravante del metodo mafioso, cancella con il non luogo a procedere e l’assoluzione nove posizioni su complessive ventiquattro. Ma andiamo con ordine. Sono quasi le 23 quando, alla fine di una giornata estenuante, con il secondo piano del Palazzo di Giustizia di Santa Maria Capua Vetere gremito di familiari di imputati in attesa sin dalle quindici, il cancelliere invita tutti a rientrare in aula. È stato un pomeriggio pesante conclusosi con una condanna tutta da leggere. La seconda sezione penale del collegio B ha chiuso il processo di primo grado con nove assoluzioni e quindici condanne. Regge per metà, dunque, il quadro accusatorio della Dda di Napoli. Lo stabilisce il verdetto del collegio presieduto da Loredana Di Girolamo, dispositivo letto quando mancavano pochi minuti alle 23, dopo una camera di consiglio che si è protratta sin dalle prime ore del pomeriggio. 
Nel dettaglio, il tribunale ha riconosciuto colpevoli alcuni dei principali imputati: Bartolomeo Festa, da un lato, Elvira Zagaria, dall’altro. Sono stati condannati rispettivamente a dieci anni (Festa), e a otto anni la sorella del boss Michele Zagaria, Elvira, ritenuta la depositaria dell’eredità del marito defunto, Franco, che per conto del clan curava l’aspetto politico relativo agli appalti. La sentenza emessa in serata ha poi visto l’assoluzione di Angelo Polverino, l’ex consigliere regionale difeso dall’avvocato Vittorio Giaquinto, e la condanna di Giuseppe Gasparin, ex sindaco di Caserta, a tre anni e sei mesi (il pm che aveva chiesti 5). Assolti, poi, Antonio Basilicata, Paolo Martino (difeso da Mario Griffo) e Mario Palombi, ma anche Giuseppe Piccolo, Umberto Signoriello, Giuseppe Raucci (avvocati Angelo Raucci e Rosario Avenia), Antonio Basilicata, Gabriele D’Antonio, Antonio Maddaloni e Alfonso Cutillo. 
Per le condanne, quasi del tutto aderenti alle richieste di pena del sostituto procuratore Annamaria Lucchetta, la più alta è quella inflitta a Remo D’Amico e Bartolomeo Festa: 10 anni. Nove anni a Raffaele Donciglio, otto a Domenico Ferraiuolo, a fronte di dieci. Sette gli anni inflitti a Luigi Iannone, otto a Vincenzo Cangiano e a Orlano Cesarini. Nel collegio difensivo erano impegnati, tra gli altri, i penalisti Giuseppe Stellato, Massimo Garofalo, Ferdinando Letizia.
Si tratta di un verdetto che, come detto, in parte smentisce il quadro accusatorio, in parte lo conferma ma che soprattutto non riconosce l’influenza del clan dei Casalesi in merito ad alcune delle condotte addebitate agli imputati. Entro novanta giorni, il deposito delle motivazioni renderà più chiaro il quadro in vista dell’eventuali ricorso in Corte d’Appello. 
Martedì 20 Giugno 2017, 02:55 - Ultimo aggiornamento: 20-06-2017 13:01
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