Abiti raccolti per i poveri,
ma venivano rivenduti all'Est

di ​Biagio Salvati

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CASERTA - Erano stati ingaggiati diversi stranieri di origine pakistana e afghana (tutti richiedenti asilo politico e destinatari di un compenso ridicolo) per la raccolta di indumenti usati, ma spesso in buone condizioni, da destinare ufficialmente agli italiani in difficoltà e che, una volta riciclati, venivano spediti per la vendita all’estero tramite una società con sede legale a Napoli e con magazzino di stoccaggio a Teverola, nel Casertano. E’ quanto scoperto dai militari delle Fiamme Gialle del Comando provinciale di Gorizia, agli ordini del colonnello Giuseppe Antonio D’Angelo, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria battezzata «Restyling» coordinata dalla Procura antimafia di Trieste nella persona del sostituto procuratore Federico Frezza.

Nel «pezzamificio» di Teverola, gli abiti usati raccolti in Friuli Venezia Giulia - in particolare nelle province di Gorizia, Udine e Trieste - venivano rigenerati e venduti ad altre popolazioni straniere: gli abiti arrivavano così in Bulgaria, Grecia, Albania, Egitto, Giordania, Tunisia, Guinea e Pakistan. A organizzare il traffico di rifiuti (non speciali) - secondo le Fiamme Gialle – quattro persone, tutte denunciate: due domiciliate tra le province di Como e Monza Brianza e altre due tra Caserta e Napoli, in particolare il titolare dell’amministratore della società con sito di stoccaggio nell’area industriale di Teverola che tra il 2014 e il 2016 ha fatturato circa due milioni di euro. In meno di due anni, il gruppo, avrebbe raccolto in Friuli Venezia Giulia circa 120 tonnellate di abiti usati donati da comuni cittadini sostenendo che erano destinati ad aiutare «italiani in difficoltà» mentre in realtà venivano in Campania e in particolare in provincia di Caserta per fini di lucro. 
Venerdì 2 Dicembre 2016, 08:40 - Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre, 23:42
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