Addio nostalgia, serve un nuovo protagonista meridionalista

di Amedeo Lepore*

Il dibattito sulla proposta davvero singolare di dedicare una giornata in memoria delle vittime dell'unificazione serve a chiarire i termini di un'iniziativa estemporanea, che tende a diffondere un senso comune sbagliato e fuorviante, e a inserire gli eventi connessi al Risorgimento in un contesto ampio e aggiornato, in grado di indicare il percorso complesso dello sviluppo italiano. 

Un punto di vista importante è legato alle dinamiche economiche e sociali dell'epoca costitutiva dello Stato unitario. Si è discusso a lungo sulla genesi del divario tra il Nord e il Sud, secondo diverse impostazioni, a volte molto divaricanti tra loro. L'idea che i territori meridionali si trovassero in condizioni migliori prima dell'unificazione e che il processo unitario abbia rappresentato una sciagura per il Sud è stata impiegata per invocare un nostalgico ritorno alle presunte condizioni magnifiche e progressive del regime borbonico o per vagheggiare uno sterile rivendicazionismo meridionale da contrapporre al leghismo settentrionale. Eppure, come ha notato in un recentissimo lavoro Guido Pescosolido, la storia unitaria del Mezzogiorno «nonostante tutte le attese deluse in ordine al persistere del divario tra Nord e Sud» è stata «una delle più dinamiche e positive dell'area mediterranea» e di gran lunga più vantaggiosa di quella che si sarebbe svolta «nell'isolamento tra l'acqua santa e l'acqua salata di borbonica memoria». 

Del resto, Pasquale Saraceno, pur sostenendo la tesi della mancata unificazione economica nell'evoluzione del Paese, ha affermato con convinzione che esistevano notevoli diversità sul versante sociale ed economico tra gli Stati che diedero origine all'Italia unita: «Le differenze erano specialmente rilevanti tra gli Stati del Centro-nord, da un lato, e il Regno delle Due Sicilie dall'altro», riportando al tema del divario Nord-Sud le tante disparità che segnavano le regioni italiane e che sussistevano all'interno del Mezzogiorno stesso nel 1861. Secondo Richard S. Eckaus, l'economista del Mit che nel 1960 aveva compiuto un'indagine storica sulle origini delle differenze economiche tra le due parti dell'Italia, il divario era già tra il 15% e il 25% all'epoca dell'unificazione. Quest'analisi si basava su dati statistici e su una misurazione in termini di reddito pro-capite che non consideravano la mancanza di una vera e propria industrializzazione dell'Italia, ma traeva spunto da studi, come quelli di Corrado Barbagallo e per altri versi Domenico Demarco, che avevano evidenziato la mancata riduzione delle disparità territoriali nella prima metà dell'Ottocento, durante appunto il periodo borbonico. Tuttavia, il divario più evidente era quello sociale, che emergeva prepotentemente dalle indagini sull'arretratezza meridionale e dalle prime correnti del pensiero meridionalistico. Alle condizioni di grave analfabetismo, basse aspettative di vita alla nascita e povertà cronica, si aggiungeva poi la scarsa diffusione di infrastrutture essenziali e la prevalenza di un'agricoltura estensiva, che mostravano un Sud sostanzialmente in ritardo rispetto al resto del Paese. L'Italia nel suo complesso fatta eccezione per le aree del Nord-Ovest era un'economia tradizionale di antico regime, a causa anche della frammentazione politica e del rinvio dell'unificazione rispetto ad altri Paesi europei. Esclusa la Germania, che però aveva avviato da alcuni decenni la propria unificazione economica con l'unione doganale del 1834.

Il divario si è allargato nel corso di oltre un secolo e mezzo, ma la responsabilità non è stata certo del Risorgimento e del processo di unificazione politica, che ha dato impulso a un'ampia modernizzazione del Paese, offrendogli la possibilità di competere in un contesto più ampio e di costituire un'identità nazionale effettiva, premessa indispensabile per la ripresa di un rinascimento economico e di uno sviluppo dell'Italia.

Il dualismo è stato, al contrario, il prodotto della mancata unificazione economica, ovvero di quel percorso che si sarebbe dovuto avviare soprattutto con l'industrializzazione e la crescita produttiva italiana, rimasta confinata nelle aree settentrionali. Al principio del Novecento, con le leggi di Francesco Saverio Nitti per lo sviluppo industriale del Sud, antesignane del nuovo meridionalismo, si intraprese un itinerario nuovo, interrotto dalla guerra e dal fascismo. Alla metà del secolo, con i due decenni iniziali della Cassa per il Mezzogiorno e con il keynesismo dell'offerta degli anni del miracolo economico si è realizzata la prima e finora unica grande convergenza del Sud, che in quell'epoca dorata è riuscito a guidare l'Italia, cifre alla mano, nell'aggancio ai Paesi più avanzati. La fine di quell'esperienza e la perdita di centralità nel dibattito pubblico (e nelle scelte economiche) della questione meridionale, tra gli anni novanta e il primo decennio del nuovo secolo, hanno fatto emergere un nuovo divario, in un contesto oltretutto di difficoltà complessiva del sistema Paese. Oggi, dopo la crisi degli ultimi anni, la strada da seguire si è fatta più lunga, ma grazie a un nuovo indirizzo per il Mezzogiorno e con le norme volute dal Governo (in primis, la clausola del 34% delle spese in conto capitale riservato al Sud e l'istituzione delle Zone Economiche Speciali) si può sperare che i dati forniti da Adriano Giannola nelle anticipazioni del Rapporto Svimez rappresentino l'inizio di una ripresa di carattere strutturale. E la strategia per l'attrazione di investimenti industriali fondata sui fattori di sviluppo, scelta da alcune Regioni come la Campania in sintonia con le politiche nazionali, può contribuire all'apertura di una fase analoga a quella dei periodi migliori di crescita del Mezzogiorno, avviando la ricomposizione della frattura che ha diviso in due l'Italia.

Non è che contraddizioni, aspre lotte e perdite di vite umane non vi furono durante la costruzione dell'Italia unita, ma, come ha ricordato Mario Martone, sarebbe un grave ingiuria alla memoria dei meridionali che si sono battuti per il sogno di un'Italia unita politicamente e progredita dal punto di vista economico e sociale rifugiarsi in un indistinto populismo o addirittura tornare a sventolare le bandiere di un Sud debole e arretrato. Una celebrazione fuori luogo e tempo proporrebbe questo panorama non invidiabile. Meglio assumersi la responsabilità difficile di costruire un nuovo Mezzogiorno in grado di farsi protagonista del proprio destino e di orientare lo sviluppo economico del Paese.

* università Luigi Vanvitelli
Domenica 13 Agosto 2017, 18:53 - Ultimo aggiornamento: 13-08-2017 18:53
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