Alexievich: «Dopo il Nobel raccontare la verità è più difficile» | Diretta streaming dalle 18

di ​Titti Marrone

Svetlana Alexievich, Nobel per la Letteratura 2015, ha percorso la storia a passo d’uomo con i suoi reportage e i libri sulla Seconda guerra mondiale, il conflitto in Cecenia, quello afghano e con gli ultimi, sull’homo sovieticus e i suicidi seguiti alla disgregazione dell’Urss. La sua cifra espressiva è dar voce a chi non ne ha avuta: operai, contadine, reduci di guerre fratricide, superstiti di Cernobyl, veterani, mamme dei caduti. Come in un unico grande «romanzo di voci», lascia parlare i testimoni quasi fossero il coro di una tragedia greca. È a Ischia per il premio internazionale di giornalismo che le sarà assegnato stasera (dalle 18, diretta streaming sul sito del Mattino.it) e si sottopone al rito dell’intervista. Che parte con la domanda sul modo in cui interpreta, da giornalista, il meglio della professione e restituisce, da scrittrice, il senso del suo tempo. 
Com’è nata la sua tecnica di reportage che si fa narrazione letteraria?
«Ho scritto il primo libro, La guerra non ha un volto di donna, per sapere la verità non ufficiale. Sono cresciuta in campagna, in una casa che i miei genitori, entrambi maestri, avevano tappezzato di libri, ma le contadine del paese raccontavano cose diverse da quelle scritte lì. In Bielorussia un quarto degli uomini era partito senza più tornare, erano rimaste quasi solo donne. Fui molto colpita, da bambina, dai racconti fatti stando sedute davanti l’uscio di casa: di dolore, morte, ma anche di bellezza e amore, tutto mischiato insieme. Le loro voci mi hanno inseguita nel tempo. Ho deciso di raccoglierle, di lasciarle palpitanti, viventi».
Dietro ogni suo libro c’è un lavoro di anni. Come riesce a tirar fuori cose durissime a dirsi, ed è vero che intervista anche più volte la stessa persona?
«A volte anche cinque, sette volte: ci vogliono molti particolari per ricreare il tessuto di una vita. Per ogni libro impiego dai sette ai dieci anni, e in ognuno non ci sono mai meno di 500 voci».
Descrive la disillusione per l’esperienza sovietica di molti che ci avevano creduto, ma anche il senso di vuoto per la sua fine. Oggi tra i russi è più presente il primo o il secondo sentimento?
«C’è un gran caos nella testa dei russi. Alcuni hanno messo a fuoco ciò che è avvenuto nella nostra storia, altri coltivano una nostalgia accentuata per il periodo sovietico. I fautori del cambiamento, negli anni ’90, erano permeati dell’idea romantica che sarebbe bastato mandar via i comunisti per veder sbocciare la libertà, ma in realtà non sapevano che cosa fosse. Hanno vinto i pragmatici, che si sono divisi la ricchezza nazionale – gas, petrolio e altre materia prime – sottraendola al popolo. Nessuno diceva di volere il capitalismo, nemmeno lo si nominava, tutti alludevano a un socialismo umanizzato. Idea non certo semplice, così come la realizzazione del socialismo, che in sé conteneva le categorie di libertà e fraternità e ha finito per produrre i gulag e una lunga scia di sangue».
Oggi torna una forte «domanda» di Urss, e lei descrive il rinnovato culto di Stalin, la moda di ciò che era sovietico, le escursioni nei gulag con piccone e abbigliamento da detenuto. 
«Quando ho fatto le mie interviste, ero stupita di questa nostalgia. Ma si spiega anche con i libri che parlano di quei tempi, con i professori che sono di quelle generazioni. Così anche molti giovani sono nostalgici, però poi vogliono anche passaporto e beni di consumo. Come diciamo noi, vogliono “la salsiccia da due rubli e l’automobile bella”». 
Tutta colpa di Gorbaciov? In «Tempo di seconda mano», lei intitola un capitolo «Di come c’innamorammo e disinnamorammo di Gorbaciov».
«Gorbaciov ha agito troppo in fretta e per i russi ha superato i limiti, sarebbe da mandare davanti al tribunale della storia per aver disgregato la Grande Russia. La sua perestrojka è piaciuta in Occidente perché lui era un leader più di tipo occidentale che russo. Poi, si sa, si vota con gli occhi, e quando è spuntato Eltsin, alto, gran bevitore, dalla faccia di mugik, si è pensato: ecco uno come noi. Però è stato lui a regalare quasi per niente i nostri territori. Poi è venuto Putin, che fa credere alla gente che la sua politica rifonderà la Grande Russia, la farà rispettare nel mondo. Così impiega molte risorse economiche del Paese per costruire una grande armata».
Quanto c’è di Stalin in questo ex Kgb che incarna il nuovo dispotismo asiatico, e quali sono i suoi aspetti più preoccupanti?
«Per Putin lo Stato è più importante della persona: è già successo nella nostra storia e sappiamo con quali esiti, perciò ho intitolato il mio libro Tempo di seconda mano. Mi ha colpito che molte voci che ho raccolto abbiano detto: non c’importa di non avere la carta igienica, basta che siamo forti. L’uomo russo è sempre stato soggiogato da super idee come la rivoluzione, la grandezza imperiale, l’aver vinto la guerra contro Hitler “a mani nude”, come ancora si dice. Manca la capacità di costruire un Paese normale dove si viva bene. Quando domandavo “Vorreste vivere in Svezia, Danimarca, Francia, Italia o in un grande Paese?”, l’80% rispondeva la seconda cosa. Vogliono la Grande Russia. E non è solo responsabilità di Putin: lui interpreta questo sentimento, che però è in testa a tutti come pensiero condiviso».
Chi è più pericoloso per il mondo, Putin o Trump?
«Sono due bei cadeau... Ma Trump può essere neutralizzato da una macchina democratica molto potente, la società americana. Lui fa una legge, la Corte Suprema o il Parlamento la bloccano. Invece se Putin fa una cosa, tutta la Russia dice di sì. Ora in Russia c’è una campagna contro alcuni artisti che hanno difeso l’Ucraina, cosa che ho fatto anch’io sentendomi dare della russofoba. Uno di loro, un regista, mi ha descritto l’ufficio del poliziotto che lo ha interrogato: dietro la scrivania tre icone, una alta due metri di Stalin e due di Putin. E molti comprano riviste di judo solo perché è lo sport preferito di Putin».
L’assegnazione del Nobel ha reso lei una voce più ascoltata dal popolo, e le sue posizioni contro il premier bielorusso Lukashenko e Putin più considerate?
«No, dopo il Nobel è più difficile perché ogni mia parola viene passata al vaglio di una verità ufficiale in cui le cose o sono nere, o sono bianche. Sulla Crimea io ho detto che la Russia ha operato un’annessione, sul Donbass che si è iniziato a sparare quando Putin ha mandato i militari, e che il sangue versato è sulla sua coscienza. Spero che l’Ucraina riesca a spezzare il giogo russo andando verso l’Europa: gioverebbe alla Moldavia e a tanti altri territori. Ma poi quando parli con un russo senti dire che Minsk è la città-madre della Russia. Io dico sempre: ci vorrebbe una vittoria in Ucraina, ma senza guerra. Bisogna uccidere non le persone ma le idee».
I giornalisti in Russia, come insegna l’assassinio di Anna Politkovskaya, vivono tempi difficilissimi. Ogni vincitore di Nobel russo ha avuto problemi, da Pasternak a Bunin a Solgenitsin, a Brodsky. Lei ha mai temuto per la sua vita?
«Sì, e sono stata portata in tribunale dopo il libro sulla Cecenia, ma poi ho vissuto undici anni all’estero. Per un artista, vivere in conflitto con il potere è normale. La cosa grave è il conflitto con il tuo popolo. Io ora vivo a Minsk e vorrei restarci. Di Anna Politkovskaja ho un forte ricordo: aveva seguito la guerra cecena, era completamente distrutta. Subìva continue minacce, viveva come in ostaggio di una situazione difficilissima. Siamo state insieme in Norvegia, lei piangeva spesso, era un nervo scoperto. Odiava i russi per quello che facevano in Cecenia e i russi odiavano lei per le verità che diceva».
Che futuro vede per il giornalismo, tra post verità e fake news?
«Le fake sono una forma di terrorismo. Di recente sono stata data per morta dalla bufala diffusa da un giornalista italiano. Io ero a Seul e continuavo a rispondere al telefono a mia figlia, terrorizzata, e agli amici. Quando la verità è “post verità”, non c’è modo di difendersi. Ogni settimana spuntano due o tre account falsi con il mio nome, diffondono falsità e la gente ci crede. Sembra di essere su un ring. Tutte le persone indipendenti ne sono vittime».
L’intervista sarebbe finita, ma a sorpresa, nel finale i ruoli s’invertono e Svetlana Alexievic decide... d’intervistare l’intervistatrice. «Mi dica dell’amore in Italia: da che cosa nasce questa vostra forte gioia di vivere? Sto scrivendo un libro sull’argomento, senza sangue e tragedie, raccolgo voci di uomini e donne che raccontino l’amore e la bellezza».
Venerdì 30 Giugno 2017, 14:21 - Ultimo aggiornamento: 30-06-2017 18:24
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