«Cedi la strada agli alberi», il tour di Arminio ​tra il Pollino e la Maiella

di Ciro Manzolillo

Franco Arminio quando vuol prendere respiro se ne va per paesi. E non potrebbe essere altrimenti per l'ideatore e sacerdote di quella filosofia o scienza per un nuovo umanesimo che è la Paesologia. Il poeta e scrittore irpino sceglie un tour tra il Pollino e la Maiella per star bene, parlare coi vecchi perché - come riporta nell'ultima raccolta di liriche e prose dal titolo “Cedi la strada agli alberi”, edito da Chiarelettere - sono loro i custodi di una lingua distesa, la sola che può ancora oggi dar valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

I paesi sono la febbre, il contagio, Arminio li gira, li attraversa, vi sosta e, nonostante, vadano svuotandosi degli uomini è lì che bisogna andare per ritrovare “una festa dell'essere”. Il canto di Arminio è un inno di lodi e di grazie per tutto il Belpaese “annidato sull' Appennino”: “Bisogna ripartire da qui/qui c'è il sacro che ci rimane...”. Bisogna ritornare ad abitare quei piccoli luoghi che sembrano non più appartenere né a questo mondo né a questo tempo. I paesi sono come gli stessi uomini, “creature in bilico”, altari eletti per i devoti della terra dove si va perché lì c’è il pane e il calice della salvezza. E aggiunge: tornare a vivere i paesi non è una questione di capitali, basta affidarsi ai ragazzi che sono rimasti e a quelli che potrebbero ritornare. «Per riabitare i paesi ci vuole una nuova religione, la religione dei luoghi. Ecco il punto, la questione non è economica, ma teologica».

Dopo il canto che eleva i prodigi del paese, del paesaggio, della natura, dei luoghi più nascosti del Sud, Arminio sceglie come altro campo d'elezione della sua poetica l'amore: cantato con velature di ironia, avvertito come un sentimento di vicinanza verso i figli, la moglie, i genitori e qualche amico che non c'è più. È opportuno per Arminio che venga lasciato a tutti un pezzo del nostro cuore: «L'amore che ci diamo/ è un regalo alle bestie/ al vento, al grano/ agli sconosciuti che di notte/ ci stringono la mano».

I versi, le brevi prose del paesologo sono pure una domanda, una necessità per rinvenire la densità, l'astrazione, “il gioco linguistico”, ecco, dunque, che nell'ultima sezione la poesia affiora come coscienza, dolore antico che non smette di manifestarsi, virus contaminante che, però, non contempla nessun accumulo di ricchezza materiale. Si affida ad una metafora per scattare l'istantanea di ciò che è oggi la letteratura: un mare svuotato, un bacino essiccato in cui vi sono rimasti dentro solo i pesci, gli scrittori. «La letteratura è una barca che ha fatto naufragio e ognuno coi suoi libri lancia segnali di avvistamento che nessuno raccoglie perché ognuno è impegnato a farsi avvistare».

 
Mercoledì 26 Aprile 2017, 21:42
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