Il mantra di Starnone: «Non sono la Ferrante»

di Silvio Perrella

Domenico Starnone è uno degli ultimi umanisti rimasti sulla scena della letteratura italiana. Lo ha dimostrato anche ieri, durante un affollato incontro al «Festivaletteratura» di Mantova. Non solo la sua scrittura, ma anche il suo eloquio è sempre misurato, calcato sulle esperienze fatte e sempre corretto da una giusta dose d'ironia.
La scrittura? Era una passione giovanile, ma ben presto messa da parte a favore dell'insegnamento e poi risorta come per caso. E da lì si è tirata dietro il mestiere di sceneggiatore per il teatro e per il cinema. Con guadagni che certo integravano quello di insegnante.

E questo, ha aggiunto, lo ha lasciato libero di scrivere solo i libri che voleva. Ed è stato proprio al tempo dei suoi articoli «scolastici» per «il manifesto» che Starnone ha fatto la prima esperienza dei lettori. Di quelle persone alle quali giungono le nostre parole e dei quali devi tenere conto responsabilmente. Ed è capitato che un suo articolo su quel che succedeva in un consiglio di classe fosse stato letto da un insegnante, la quale avesse chiesto al suo preside: ma Domenico Starnone è lo pseudonimo di chi?

L'insegnante si era convinto che quella descrizione avesse potuta farla solo uno che era realmente presente al «proprio» consiglio di classe, quello vero da lei sperimentato e che dunque avesse potuto scriverlo «solo» uno di loro.

Quando Starnone ha pronunciato la parola «pseudonimo», Massimo Cirri, il suo interlocutore mantovano, non ha potuto fare a meno di dirgli: eh, Starnone, allora lei questa storia dello pseudonimo se la porta dietro da tempo. Il pubblico naturalmente ha subito colto l'allusione. E lo scrittore per un attimo ha lasciato che il suo discorso deragliasse dalle frasi che cadono a fil di piombo sull'argomento e ha scandito come un mantra: «Io non sono Elena Ferrante».

Aggiungendo che non sarebbe entrato in argomento se la discussione non ci fosse scivolata sopra. Ed è stato così che Cirri ha chiesto al pubblico di fare proprio il mantra solitario dello scrittore. Ha dunque chiesto d'intonare un collettivo: «Lui non è Elena Ferrante». Ed è stato così che un lapsus è diventato come un gioco ironico, un modo di dire non dicendo, lasciando sospesa a mezz'aria la questione irrisolta dell'identità.
Ho già scritto a chiare lettere su questo giornale che non ho un grande interesse a sapere chi sia Elena Ferrante. E per di più non solo stimo Domenico Starnone, ma gli sono amico.

Però nel sentirlo scandire ad alta voce il suo mantra, mi è venuta in mente la celebre formula di Flaubert: «Madame Bovary c'est moi!». E mi è sembrato che le due frasi si attraessero per simile perentorientà (in entrambe c'è in fondo un bel punto esclamativo), con la differenza che in Starnone la sordina ironica prevale.
La stessa sordina che Starnone aveva usato poco prima, quando si era avventurato a descrivere le fatiche dello scrivere, ricordandosi a tempo debito di correggere il tutto con il ricordo di una frase che una signora gli aveva opposto a Trieste: certo signor Starnone, scrivere sarà pure faticoso, ma andare in miniera consentirà che lo è di più.

Al che si era levata dal pubblico una fragorosa risata. E avendo messo le cose a posto, l'eloquio «umanistico» di Starnone era andato per le sue strade rette, evocando Calvino e Kafka, considerati i suoi punti di riferimento ed elogiando l'amore per la parola, utensile intellettuale fragile e quasi umile, ma capace di far balenare in righe nere sul fondo bianco mondi e mondi.

Due signore, all'uscita, dopo aver fatto la fila per portarsi a casa Scherzetto (Einaudi) firmato dallo scrittore, confabulavano tra di loro. Una diceva all'altra: ma se gli avessimo portato un libro della Ferrante lo avrebbe autografato? E con quale nome? D'altronde da ieri la vicenda Ferrante si è ribaltata: il vero pseudonimo non è più l'invisibile signora, bensì il visibilissimo conferenziere di Mantova.
Domenica 10 Settembre 2017, 16:13 - Ultimo aggiornamento: 10-09-2017 16:13

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