«La malanotte», un'autobiografia intellettuale nel romanzo di Giuseppe Pesce

di Francesco Durante

A giugno l'ispettore ministeriale Matteo Ricci (un nome da missionario, e non per caso) cala a Napoli per vedere certe carte del Comune che nascondono malversazioni di ogni sorta, anche se l'incarico parrebbe essergli stato affidato più che altro per mettere la cosa su un bel binario morto. A Napoli gli succedono tante cose. La più importante è che si innamora di una prostituta di nome Serena, che (i nomi non sono mai casuali) si direbbe corpo e anima di Partenope; e quest'amore rende le sue notti veglie lunghissime e raminghe. In subordine, il lavoro: subissato di lettere anonime, Ricci si decide a denunciare il tutto, schizzando fra procura e questura, cercando udienza, e infine, così parrebbe, acconciandosi all'ignavia cui ciascuno s'acconcia, e questo anche perché nell'ombra qualcuno lancia avvertimenti. Poi Ricci se ne torna a Roma ma a fine settembre, preda d'un raptus che lo spinge a piantare moglie e famiglia e a perdersi per sempre, ripiomba a Napoli. Dove nel frattempo, per vie imprevedute, è scoppiata la madre di tutti gli scandali, ed è scoppiata grazie a lui che non lo sa o non gliene importa. Ricci cerca Serena, vaga di notte come un fantasma uscito dal cimitero di Poggioreale e rischierà pure la ghirba in una sparatoria. A maggio, rientrato nei ranghi, s'imbarcherà con la moglie per Casablanca: promosso e rimosso, funzionario d'ambasciata in Marocco.

Questo, all'osso, racconta La malanotte, romanzo d'esordio di Giuseppe Pesce. Dentro, però, ci sono svariate decine di altri lacerti di storie e un sacco di personaggi tutti variamente inessenziali: il classico scrittore Corrado Bove autore di Tu stai morendo e canti, il malvivente Ferdinando Russo con una paranza di giovani killer con una rosa tatuata, il tipografo Antonio Turco rovinato dai politici, il chiattone quattordicenne Carmine Piccirillo che muore alla guida di un motorino su cui viaggiano in tre, il puttaniere Mamazza pieno dei grattacapi che gli danno due figli indolenti, l'onnipresente «sciaffèr» Peppe Lamorte che scarrozza Ricci con l'auto blu, e il misterioso «Guaglione» a scrutare ogni scena in disparte e che solo all'ultima pagina si saprà chi è o, meglio, che cos'è...

Pesce ha molto studiato Malacqua, romanzo-culto di Nicola Pugliese le cui atmosfere condizionano anche La malanotte. Che però guarda pure al Pasticciaccio gaddiano, ed è a sua volta, come avrebbe potuto dire il commissario Ingravallo, uno gliommero, un guazzabuglio che gira sfrenato e regolarmente «a vacante». Libro tutto mentale e citazionista, senza nemmeno un'ombra di dialogo, è mosso da un'unica, potente ossessione: quella per Napoli, che lo abita in tutta la sua sontuosa, ctonia e - va da sé - notturna decadenza. Testo di tenore sperimentale, si segnala per ambizione e generosità, anche se gli avrebbe giovato un editing più paziente e accurato.
Mercoledì 30 Novembre 2016, 14:59 - Ultimo aggiornamento: 30-11-2016 14:59
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