Lo strano caso della ragazza che volle farsi albero

di Felice Piemontese

Arriva ogni tanto, da un universo letterario sconosciuto nonostante la globalizzazione di cui tanto si parla, un oggetto misterioso, una specie di meteorite capace di suscitare sconcerto, di sorprenderci. È il caso de La vegetariana, il romanzo della scrittrice coreana Han Kang, che sarebbe con tutta probabilità rimasta per noi sconosciuta, se non avesse vinto l'anno scorso un importante premio letterario internazionale, il Man Booker International Prize, prevalendo su 155 romanzi selezionati in tutto il mondo.

L'autrice, non ancora cinquantenne, è figlia di uno scrittore sudcoreano molto conosciuto nel suo paese, e ha avuto laggiù importanti riconoscimenti. La vegetariana è ora proposta al pubblico italiano da Adelphi, nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra (pagine 180, 18,00).

Il romanzo è suddiviso in tre parti, ognuna delle quali ha al centro un personaggio diversamente rapportato alla protagonista, Yeong-hye, una giovane donna da tutti, a cominciare dal marito, considerata insignificante. Né bella né brutta, né alta né bassa, vive una vita apparentemente normale, con un marito altrettanto mediocre, privo di grandi ambizioni, soddisfatto della sua mediocrità impiegatizia. Nessuno, nemmeno lei stessa, può sapere che «dentro di lei accadevano delle cose, delle cose terribili, inimmaginabili per chiunque altro». E forse è per questo che, un giorno, decide di diventare integralmente vegetariana, o piuttosto vegana, e a chi le chiede il perché di una scelta destinata a diventare sempre più radicale, risponde semplicemente «ho fatto un sogno...».

In realtà, si vedrà sempre meglio nel corso della narrazione che la drastica svolta alimentare che suscita naturalmente costernazione, irrisione, tentativi anche violenti di porvi fine - è piuttosto un rifiuto, non del tutto consapevole, della vita, «che il suo corpo rappresentava». È «un percorso di trascendenza distruttiva», un lento scivolare nella follia, nell'illusione che diventare un vegetale possa pacificare il suo rapporto col mondo circostante, possa renderlo meno complicato e conflittuale.

Questo processo di auto-dissolvimento è raccontato con grande efficacia, tra risvolti quasi horror e disagi esistenziali, sul filo di un'angoscia che finisce con l'essere assai coinvolgente, tanto più che un mondo come quello sud-coreano risulta alla fine assai poco esotico, e decisamente somigliante al nostro in tutti i suoi aspetti (esclusi, guarda un po', quelli alimentari).
 
Domenica 15 Gennaio 2017, 14:06 - Ultimo aggiornamento: 15-01-2017 14:06




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