Luigi e Marta,
l'amore impossibile

di Francesco De Core

Nella storia letteraria gli epistolari rappresentano spesso uno squarcio di luce nella possente chiglia della cosiddetta privacy (leggasi intimità) dei protagonisti in campo, laddove le dinamiche interiori assumono rilievo e consistenza anche nelle traiettorie delle opere. Uno dei casi per certi (molti) aspetti più clamorosi è quello di Luigi Pirandello, se è vero che le oltre 500 lettere inviate a Marta Abba, attrice e musa dell'ultimo suo decennio (lei morirà nel 1988), si presentano nella loro nudità, ossia nella loro trasparenza interpretativa, come manifestazione di vita pienamente vissuta, spesso però ben oltre i paletti della realtà, così com'era trascinata nel perimetro dell'immaginazione e delle illusioni. Un epistolario di ricchezza unica nel suo genere: a volerlo leggere in superficie, fa fede di una disarmonia che mette lo scrittore nei panni dell'accanito inseguitore dell'amore (forse non soltanto) platonico e l'attrice in quelli di chi, nella più benevola delle ipotesi, si garantisce una rendita di posizione nella scia dell'Uomo di Lettere e di Teatro, controllata e tiepida, se non fredda, di fronte a parole di più esplicito e caloroso affetto personale. Come spiega Pietro Frassica, curatore delle missive edite da Mursia e poi confluite in un Meridiano mondadoriano, «c'è una sorta di salto funzionale fra i due epistolari, non dato dalla scontata differenza di qualità letteraria, ma proprio dalla presenza di due diversi discorsi, l'uno appassionato e inutile, l'altro piano e tutto informativo, perfettamente sordo ai disperati appelli, impliciti o espliciti, del pur venerato interlocutore».

Ma l'epistolario, pur nella sua privata limpidezza, tende anche - a una lettura più profonda e meno superficialmente morbosa - a rivelare un pirandelliano gioco delle parti, dove il Maestro in cerca d'Ispirazione fa i conti (che tornano solo in alcuni momenti, e mai del tutto) con l'Oggetto dell'Ispirazione stessa, e dove la Musa sa di essere Musa senza mai, però, dar fuoco alle polveri dell'amore non corrisposto pur godendo dei benefici di così enorme privilegio. Insomma, la verità è vera, nel fiume impetuoso di parole, solo fino a un certo tratto. Motivo per cui i diari paralleli che Ottorino Gurgo - già firma del Mattino, direttore del Roma e autore di saggi importanti su Pilato, Celestino V e Silone - recupera dal bagaglio di reale e immaginario nel suo Marta e il Maestro, edito da Leucotea, smascherano il senso più (in)compiuto di esistenze che si intersecano per lavoro e amicizia, mai per pura, febbrile passione. Dall'incontro fatale del febbraio 1925 alla fine del genio siciliano, dicembre 1936 - lei 24enne dai capelli rossi e dalla personalità accesa, lui 57enne già celebrato e riverito anche dal fascismo (ma non da tutti i gerarchi) - è un susseguirsi di impennate sanguigne e di crolli sentimentali, un succedersi emotivamente intenso di incontri, premi, riconoscimenti, delusioni, chiacchiere, invettive, gioie, tournée, tormenti, al massimo grado tutto ciò che è la vita. Un sismografo avrebbe rivelato undici anni di scosse tremende e senza sosta, l'uno - Pirandello - all'inseguimento vano dell'Amore Perfetto oltre le traversie familiari, l'altra - la Abba - di una Guida Spirituale che la potesse condurre alla fama perpetua, al successo sulle tavole di scena come nelle pellicole dei nuovi cinematografi americani. La disparità si fa incompiutezza anche quando Pirandello diventa Accademico d'Italia, ottiene il Nobel per la letteratura (e lei non si presenta ad accoglierlo al rientro da Stoccolma), si scontra in maniera furibonda con i critici e tiene a bada persino Benito Mussolini (che sovvenzionò il Teatro d'Arte), viene in Europa celebrato con le opere più celebri, alcune delle quali costruite come abito su misura per l'attrice (da Diana e la Tuda fino a L'amica delle mogli e a La nuova colonia le produzioni drammaturgiche pirandelliane prendono il volto e la posa della Abba). Annota Marta, quasi a convincere se stessa prima che il suo mondo: «Sono legata a lui da un rapporto di affetto, avendolo sempre considerato alla stregua di un padre; di gratitudine e di devozione (...) Ma proprio per tutto questo non darò mai al nostro rapporto la squallida dimensione di un meschino interesse personalistico (...) E se c'è chi non lo capisce, peggio per lui».

Così, per assurdo (o forse no), i diari ricostruiti da Gurgo - saggista raffinato, conoscitore di persone e dei loro moti oltre che di fatti e dinamiche storiche - ci paiono più realistici delle lettere autentiche: Luigi e Marta più veri di Pirandello e Abba, che appunto nella valanga di missive plasmano eventi e protagonisti oltre la loro proiezione quotidiana, in una dialettica dove la irraggiungibilità suona come una condanna, l'ossessione persino una forma di ispirazione, certe rivelazioni e atteggiamenti attoriali paiono assommarsi come tragico canto alla scrittura teatrale. Gli ultimi giorni di Pirandello - di cui quest'anno si celebrano i 150 anni della nascita - sono scanditi, nei diari di Gurgo, dall'amarezza di una sconfitta che è di vita, non di scena. «Venerdì 4 dicembre (...) Probabilmente ha ragione: può andare avanti da sola, godersi da sola il suo trionfo. E la mia solitudine è il prezzo che devo pagare per la sua felicità (...) Io, senza quest'amore, sono un morto che cammina. Sono uno sconfitto. È ormai ora che cali il sipario». Sipario: l'ultima parola, l'ultimo pensiero. Di chi, avendo indagato oltre ogni convenzione l'animo umano e il suo doppio, ha disvelato se stesso al di là d'ogni debolezza e inclinazione. Ed è questo il Pirandello, che, nella coscienza della fine, ovvero nel suo approssimarsi, Gurgo ci indica più necessario che mai.
Sabato 22 Aprile 2017, 15:03 - Ultimo aggiornamento: 22-04-2017 15:03
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