Da Pietrarsa alla camorra,
perché il dibattito sul Sud fa bene

di Marco Esposito

La memoria può essere dolorosa, ma non è mai pericolosa. Per questo va salutata con favore la Giornata della memoria delle vittime dell'Unità d'Italia e c'è da essere contenti che l'iniziativa della Puglia abbia sollevato un così forte dibattito, soprattutto per le voci scandalizzate e contrarie, timorose che il Sud abbia qualcosa da perdere dalla verità. Vuol dire che si è colto nel segno. Si è toccato un nervo scoperto. E bisogna insistere.

Nessuno dei contrari alla Giornata della memoria nega i fatti. E come si potrebbe? È indubbio che ci siano state stragi ai danni della popolazione civile ordinate da Torino. È certo che siano stati uccisi operai che difendevano la propria fabbrica. È vero che il Sud è stato messo «a ferro e a fuoco», come ha scritto Gramsci nel 1920, quasi cent'anni or sono. 

Ma - si dice appunto - sono storie di tanto tempo fa, perché rivangarle? Buffo ragionamento. Il Papa non ha forse chiesto scusa per le Crociate? Se lo ha fatto non è per portare indietro l'orologio della storia: il Papa vive nel presente, fiuta il futuro e sa bene che quelle guerre di quasi mille anni fa sono nel mondo islamico una ferita ancora attuale. Chiedere scusa per le Crociate non vuol dire mettere in discussione la Chiesa: serve a ridimensionare i conflitti attuali. Così come chiedere memoria per le vittime dell'Unità d'Italia non equivale a disconoscere l'Italia. Significa impegnarsi per un'Italia diversa, che finalmente impari a non considerare il Mezzogiorno una fastidiosa appendice.

Ancora oggi sui libri di scuola si legge che al momento dell'unificazione c'erano un Nord industriale e un Sud arretrato. Eppure a metà 800 imbrigliare l'energia del vapore e trasformarla in movimento era un'arte nuova che i mille tecnici e operai di Pietrarsa conoscevano e custodivano. Ma di cui l'Italia unita ha deciso per scelta politica di disfarsi per trasferire competenze e commesse al Nord. Innescando quella che diventerà l'arretratezza del Sud, la quale è spiegabile mettendo in fila i fatti accaduti dopo il 1860. Le stragi, certo. Lo smantellamento delle industrie. Politiche fiscali che hanno affamato, letteralmente, la popolazione contadina. E poi scelte miopi, come affidare l'ordine pubblico alla malavita organizzata. Si è creata al Sud quella commistione tra camorre e azione pubblica che stiamo ancora pagando cara. 

Il 6 agosto 1863, a due anni dall'Unità d'Italia, i bersaglieri hanno sparato e ucciso per reprimere la protesta degli operai napoletani di fronte al ridimensionamento della loro fabbrica di locomotive. Uccidere chi lavora è un atto talmente assurdo che ogni anno nel mondo si ricorda la strage di Chicago del 1886. Mai, in tanti anni, i sindacati italiani hanno pensato di celebrare il Primo maggio nazionale a Pietrarsa, la nostra Chicago di 23 anni precedente. Questo vuoto di memoria va intanto spiegato forse è difficile ammettere che i primi operai uccisi della storia italiana sono napoletani? - e poi va colmato. Ma non per guardare al passato - è ovvio - cuore e mente vanno rivolti al futuro. Infatti è proprio per questo che la memoria fa paura: non si teme la commemorazione fine a se stessa di morti di un secolo e mezzo fa. No. Si paventano le conseguenza di quella commemorazione e cioè il risveglio del Sud. Un Sud rassegnato e debole, una classe dirigente meridionale pronta a tradire l'interesse generale in cambio di favori particolari fanno comodo oggi così come hanno fatto comodo in passato: servono a far digerire scelte che danneggiano il Mezzogiorno. Come ben scrisse Gianfranco Viesti su questo giornale, nel 2015 si sono tolti 3,5 miliardi al Sud una cifra non piccola! - perché sottrarre al Mezzogiorno porta costi minimi in termini di tenuta del consenso. 

Gli obiettivi dei tagli al Mezzogiorno sono chiari ma metterli in fila fa venire i brividi. La chiusura di ospedali al Sud per consentire una quota di posti letto aggiuntiva al Nord. Il fabbisogno posto a zero per gli asili nido in tanti comuni del Sud per alzare il finanziamento dove già ci sono più servizi. La riduzione di fondi e di turnover nelle università meridionali per incentivare l'esodo di studenti al Nord. E ancora: investimenti ferroviari dimezzati rispetto a quanto spetterebbe in base alla superficie del Mezzogiorno. Federalismo fiscale applicato senza equità. Fino allo schiaffo di tutelare all'estero quattro oli d'oliva dop del Veneto e nessuno del Mezzogiorno, che pure vale l'80% della produzione dell'alimento simbolo della dieta mediterranea.

Ricordare oggi chi tanti anni fa si è ribellato e ha pagato con la vita è, per il Sud, premessa di ogni riscatto civile, morale e poi economico: nessun popolo può costruirsi un futuro dignitoso se non è consapevole delle proprie forze e capacità. Ritrovare la memoria, sia chiaro, vale per tutti. Anche per chi oggi, facendo rimbalzare nella rete informazioni fasulle, parla di un Regno delle Due Sicilie «terza potenza industriale mondiale». Nessuna buona causa si regge sulle bugie.

Stop a tutte le menzogne, quindi. Cent'anni fa si è fatto credere ai meridionali di essere tarati geneticamente, una sorta di razza inferiore. Poi quelle teorie strampalate sono passate di moda. Ora si chiede ai meridionali di dimenticare il proprio passato perché altrimenti l'Italia è costretta a ripensare se stessa. Ma è proprio l'obiettivo del nuovo meridionalismo: rifare l'Italia. Chi storce il naso sulla Giornata della memoria si rassegni. Ormai Pietrarsa, Pontelandolfo, Mongiana sono usciti dall'oblio. Non potremmo tornare indietro neppure se volessimo: la verità, una volta venuta a galla, non la puoi più occultare.
 
Domenica 13 Agosto 2017, 18:55 - Ultimo aggiornamento: 13-08-2017 18:55
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