Scotti racconta la Grande Guerra
«Disertori in Adriatico»

Soldati in trincea durante il conflitto del 1915-18
di Francesco De Filippo

La beffa di Buccari non fu una incursione militare contro il naviglio austro-ungarico nella baia di Buccari (in croato Bakar), compiuta da una flottiglia della Regia Marina su MAS nella notte tra 10 e 11 febbraio 1918, durante la prima guerra mondiale, in cui i siluri italiani andarono a segno e ci una esplosione. Questo racconto, fatto da Gabriele D'Annunzio, testimone dell'impresa (un anno prima di occupare Fiume), nei volantini che lanciò per l'occasione sarebbe un 'fakè, una bufala. Lo sostiene nel suo ultimo libro «Disertori in Adriatico» lo scrittore Giacomo Scotti, esperto della prima Guerra mondiale e profondo conoscitore dell'area: dei sei siluri sparati nessuno esplose, uno solo colpì una nave. Non solo: nella riparata baia di Buccari non c'era nemmeno una nave militare austriaca, come aveva rilevato un ricognitore, ma solo vecchie carrette del mare in disarmo. Insomma, un insuccesso totale. Che il Poeta, però fece passare per una missione importante e riuscita. È uno dei tanti episodi del volume che si presenta come «pagine sconosciute della Grande Guerra» e che sarà presentato domani alla Libreria Lovat di Trieste. L'infaticabile Scotti, nato a Saviano (Napoli) nel 1928, autore di oltre 130 libri tra saggi, romanzi e racconti, torna di nuovo a sorprendere, come ha sempre fatto. «Cittadino italiano e croato, residente a Trieste ma soggiornante a Fiume» (Rijeka, Croazia), sposato con una donna croata ha svelato, in Italia, nel 1989 Goli otok, l'isola- lager dove tanti italiani andati in Jugoslavia per coronare l'ideale comunista morirono in condizioni terribili. Ma ha anche «fatto conoscere Quasimodo oltre confine, la poesia, la letteratura italiana in Macedonia, Slovenia, Serbia, Croazia». Uno scambio continuo, che porta al di qua del confine antologie bosniache, macedoni. «Sul Montenegro ho scritto tre volumi; la letteratura macedone era considerata una poesia dialettale e non letteratura vera». Poi, dopo aver scritto dei «mali della guerra sono stato perseguitato in Croazia, ho subito un attentato... avevo raccontato i crimini dei serbi e dei croati...». Insomma, una vita rocambolesca in cui si è fatto nemici da un lato e dall'altro. «Ho costruito ponti ma sono stato uno zingaro ficcanaso. Sono stato un uomo scomodo», racconta oggi di se. Unico sopravvissuto di quattro fratelli, morti in guerra, a 15 anni mascotte degli alleati,«accompagnai il primo Battaglione della Raf a mano a mano che avanzava il fronte». Scotti arrivò in Jugoslavia nel 1947: «Seppi che si studiava gratis, allora frequentai la scuola, poi ho cominciato a lavorare come correttore di bozze. Presto, sapendo scrivere bene, divenni un cronista». Quando fugge dai Balcani ripara a Saviano, grazie anche alla diffusione della sua storia data dall'ANSA, costituisce una biblioteca, fonda un Circolo culturale polivalente, ma il richiamo è forte e nella guerra nei Balcani si impegna per portare soccorsi. «Ogni mese arrivavano 40 mila tonnellate di aiuti tra varie associazioni italiane, poi Franjo Tudjman (primo presidente della Croazia indipendente negli anni 1990, ndr) dichiarò che i pacifisti erano i suoi nemici, ci definì la quinta colonna. Allora chiudemmo e feci la guida italiana in Bosnia». E da allora: «Ho ripreso la residenza in Italia, da Saviano a Trieste». 
Mercoledì 25 Gennaio 2017, 18:55 - Ultimo aggiornamento: 25-01-2017 18:55
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