Arte in Campania, se l'Antico si mescola al Contemporaneo

di Riccardo Lattuada

I piani del discorso sono due: quello delle scelte di programma delle politiche culturali di fronte al ridursi della forza della mano pubblica in tutti i campi del sociale, e quello relativo ai risultati che queste scelte produrranno dal punto di vista della qualità dell'offerta culturale. Per il primo dei due punti la risposta è semplice: più intense e concrete saranno le sinergie, più autorevole sarà la capacità di attirare investimenti sulle iniziative proposte agli sponsor, e soprattutto sarà possibile utilizzare al meglio le risorse investite. In tale strategia ci sono profili tecnici e politici di non poco conto, ma se i tecnici sono abili e sono appoggiati sul serio dai politici i risultati non dovrebbero mancare.

Per il secondo punto la questione è più complessa. Inutile girarci intorno: la formazione di base di quella massa indistinta e sempre difficile da definire che chiamiamo pubblico precipita di giorno in giorno verso il basso (chi scrive lo sostiene sulla base di una trentina abbondante d'anni di insegnamento fra Accademie di Belle arti e Università). Agli insegnamenti che ancor oggi definiamo umanistici le dinamiche sociali di oggi attribuiscono un ruolo sempre più marginale, e la scuola ha fatto fin troppo in fretta ad adeguarsi. Hai voglia a soffiare nelle trombe della retorica dei Beni culturali come nostro petrolio, come risorsa che ci farebbe vivere tutti meglio: gli atti della politica e le stesse risposte della società vanno in senso esattamente contrario a tali proclami. Dunque, per tentare di resistere a questa deriva, nelle istituzioni culturali si è capito che tutti hanno bisogno di tutti: chi opera nell'arte contemporanea si appella alla Classicità e all'Antico per comunicare l'esistenza, anche nel Contemporaneo, di un fattore perenne chiamato creatività; chi gestisce musei di arte antica (quella cioè che nelle Università si chiama arte dell'età medioevale e moderna) cerca di smuovere la narcosi del pubblico con proposte di contaminazioni con il
Contemporaneo, a volte molto banali a volte molto ben riuscite. E infine l'Antico, che richiede capacità astrattive e di lettura di manufatti sempre difficili da interpretare rispetto al loro aspetto originario, prova sempre più a proporsi come uno scenario la cui potenza sublime (sublime nel senso di Kant) conferisce una valenza diciamo così perenne alla provvisorietà di installazioni più o meno geniali, di interventi più o meno intensi e credibili.

Può darsi che il forzare queste barriere che per le élite sono da sempre inesistenti sia di vantaggio per tutti; e può darsi che questo vantaggio non dipenda solo dalla scelta di nomi o luoghi che fanno sempre blockbuster: Picasso, Pompei, van Gogh, Caravaggio, gli Impressionisti, l'Eros, e via ripetendo all'infinito le stesse tematiche. Ma se alla cultura si ascrive anche il compito di promuovere la crescita di un Paese, il solo vero antidoto al rischio della plastificazione della vita culturale è quello di fare buone mostre, ben progettate, ben allestite e ancor meglio comunicate. Ognuno nel suo ambito, i nuovi componenti del Comitato di Donnaregina hanno dimostrato di avere queste capacità. Forse anche avvantaggiati dalla antica logica italiana del Doge straniero, che è più forte perché può ignorare i giochetti e le camarille locali; forse perché naturalmente usi (specialmente gli stranieri) ad una interazione con istituzioni internazionali, hanno anche dato buone prove di disponibilità a collaborazioni aperte e produttive. Speriamo dunque che per una volta si possa dire che la politica ha analizzato la situazione, ha individuato le giuste risorse umane e professionali e ha creato le possibilità di un percorso virtuoso.
 
Domenica 16 Luglio 2017, 16:20 - Ultimo aggiornamento: 16-07-2017 16:20


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