«Viva Arte Viva», Carolee Schneeman
Leone d'Oro alla Biennale d'Arte di Venezia

di Erminia Pellecchia

È famosa nel mondo per le sue performance, ma lei preferisce definirsi una pittrice e considera il suo processo artistico come un’estensione dei principi pittorici al di fuori della tela e, attraverso l’esplorazione di una vasta gamma di mezzi espressivi, riscrive una personale storia dell’arte, rifiutando l’idea di “una storia narrata esclusivamente dal punto di vista maschile». Alla statunitense Carolee Schneeman, classe 1939, sarà attribuito il Leone d’Oro alla Carriera della Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia che quest'anno ha come tema “Viva Arte Viva” ponendo al centro il ruolo dell'artista tra Umanesimo e conflitti. Lo ha deciso il cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta della curatrice della edizione numero 57 Christine Macel. “E' una pioniera della performance femminista dei primi anni '60 – spiega la storica dell'arte francese, responsabile del Dipartimento della “Créatino contemporaine et prospective “ del Musée nationa d'art moderne-Centre Pompidou di Parigi - e ha utilizzato il proprio corpo come materia principale della propria arte. Così facendo l’artista concepisce la donna sia come creatrice sia come parte attiva della creazione stessa. In opposizione alla tradizionale rappresentazione delle donne come semplici oggetti nudi, ha utilizzato il corpo nudo come forza primitiva e arcaica in grado di unificare le energie”.

Il prestigioso riconoscimento le sarà consegnato il 13 maggio a Ca' Giustinian, nel corso della cerimonia di premiazione e inaugurazione delle Biennale Arte 2017, che aprirà al pubblico, lo stesso giorno, alle 10. Uno stile diretto, sessuale, liberatorio e autobiografico quello della Schneemann, che spazia dalla pittura al cinema, dalla video arte alla performance , muovendosi tra estetica e sociale. “Promuove – continua la Mecel - l’importanza del piacere sensuale femminile ed esamina le possibilità di emancipazione politica e personale dalle convenzioni”. Alle spalle una lunga esperienza di ricerca e creatività. Carolee Schneemann debutta nei primi anni Sessanta nel mondo del cinema sperimentale, della musica, della poesia, della danza e degli Happenings, caratterizzandosi per i suoi esperimenti nelle tecnologie cinetiche, nonché per la sua ricerca nelle morfologie visive arcaiche, nel piacere di affrontare i tabù della società e di rappresentare il corpo dell’artista in una relazione dinamica con il corpo sociale. Ma già negli anni Cinquanta, studentessa al Bard College e poi alla Columbia University, inizia a dipingere sotto l'influenza dell’Espressionismo Astratto. Nel 1963 la svolta con una delle sue opere più rappresentative, “Eye Body” che segna un momento di transizione dalla pittura agli altri linguaggi della contemporaneità. Pietra miliare nello sviluppo della Performance Arte è la dionisiaca “Meat Joy” del '64. E siamo in piena rivoluzione sessantottina: ecco il film erotico “Fuses”, composto da un collage di immagini esplicite, girate dalla artista stessa, che mostrano un rapporto sessuale tra lei e il suo compagno di allora, il compositore James Tenney. Un potente tributo alla libertà sessuale, un'esplorazione dell'essere donna che sfocerà nella performance “Interior Scroll” (1975) - nuda, estrae una pergamena dalla sua vagina – in cui racchiude le preoccupazioni di natura sessuale, politica ed estetica del movimento femminista. L’opera di Schneemann ha sempre messo in contrasto l’immaginario dell’intimo quotidiano e dell’erotico sacro con la distruzione e la guerra. Le atrocità della guerra del Vietnam sono, negli anni ’60, al centro dei suoi film e delle sue performance, tra cui Viet-flakes (1965) e la performance cinetica multimediale Snows (1967). Attraverso la video installazione, la fotografia e la pittura esplora l’invasione e la devastazione del Libano negli anni ’80, l’11 settembre e il crollo del World Trade Center, oltre a una serie di altri disastri pubblici e personali. Durante gli anni ’80, Schneemann continua a rompere i tabù sociali con Infinity Kisses (1981-88), una serie di 140 fotografie scattate nell’arco di oltre otto anni, che ritraggono i baci che l’artista riceveva dai suoi gatti ogni mattina: un interrogarsi sul ruolo centrale del non-umano nell’universo erotico dell’artista e sulla comunicazione tra specie diverse. La sfida che lancia alle convenzioni sociali continua con l'installazione “Vulva’s Morphia” (1992-97), che raccoglie diversi testi, foto, disegni di rappresentazioni scultoree preistoriche di vulve. La vita e la morte, gli oggetti d'arte come tramite mistico verso il regno dei defunti: è la recente indagine che culmine nelle simboliche “Mortal Coils” (1995) e “Vespers Pool” (2000), sospese tra rappresentazioni simboliche e figurative.  
Venerdì 14 Aprile 2017, 20:28 - Ultimo aggiornamento: 14-04-2017 20:28
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