Fabre si fa in quattro, per l’arte ci vuole cervello

di Alessandra Pacelli

«Il cervello? È la parte più sexy del corpo umano». Jan Fabre non finisce mai stupire: è provocatorio, ironico, visionario, ma anche estremamente lucido, coltissimo, tanto raffinato nei rimandi alla cultura fiamminga del suo passato quanto spericolato nell’essere perfettamente calato nel nostro tempo, anzi anticipando e sopravanzando tendenze e linguaggi del contemporaneo. Fino a spingersi in un confronto aperto e diretto con il pensiero scientifico, per piegarlo, asservirlo al suo discorso estetico. Quasi a rimarcare che se c’è intelligenza nel corpo umano, allora c’è intelligenza anche nell’arte.

E il punto di partenza (di arrivo?) non può che essere il cervello, l’organo più misterioso e sconosciuto da cui però tutto ha origine: pensieri, emozioni, sentimenti, piacere. E Fabre, in un estremo afflato scientifico, decide di metterlo a nudo assecondando un desiderio di riflessione neurobiologica che nell’opera dell’artista diviene iperbolica. Nasce così la mostra «My only nation is imagination», a cura di Melania Rossi, che inaugura lunedì allo Studio Trisorio (Riviera di Chiaia 215, ore 19), prima tappa di una serie di eventi che vedranno l’artista belga protagonista a Napoli anche - in ordine cronologico - al Museo Madre, al Museo di Capodimonte e al Napoli Teatro Festival Italia.

Si comincia dunque nella galleria Trisorio dove le speculazioni filosofiche-estetiche di Fabre si concretizzano in video, sculture e disegni. Il ruolo centrale è tutto della «parte più sexy del corpo umano»: il cervello viene declinato in sculture iper-realistiche in silicone, che ne riproducono fedelmente proporzioni, pieghe, protuberanze e grovigli di vene e arterie. Ma all’impressione vivisezionistica, che pure non cela una certa dose di sensualità morbosa, fanno da contraltare una serie di elementi di cui questi cervelli sono portatori: piccoli insetti comodamente appostati, una mela posata quasi con noncuranza, una forbice che invece trafigge, una candela sprofondata nelle parti molli, una fetta di pane che trova posto proprio nella fenditura che separa i due emisferi.

Tutti a rappresentare «Thinking models», «Modelli di pensiero» che trasformano l’oggetto in simbolo e il simbolo in più possibili interpretazioni. Quello che viene messo in scena, citando la tradizione del naturalismo fiammingo, è il ragionare dell’artista, la sua rappresentazione della caducità della vita, del senso religioso, del divino, del peccato, ma anche le memorie familiari (due cervelli messi in collegamento impersonano suo padre e sua madre) e soprattutto questo indagare ossessivamente la relazione tra Arte e Scienza. Alle sculture e a una ricca serie di disegni, che pure del cervello fanno il loro protagonista (assolutamente surreali le «gambe-cervello», forse citazione del suo essere coreografo oltre che scenografo e regista, nonché il primo artista contemporaneo ad aver esposto al Louvre nel 2008), si affianca il video che Fabre ha realizzato mettendosi in dialogo con il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, scopritore dei neuroni-specchio: il tema non poteva che essere l’empatia, e i due - entrambi con elettrodi conficcati in testa - danno vita a un faccia a faccia sorprendente, a tratti ilare ma denso di significati.

L’artista si definisce come colui che fallisce continuamente, il professore ammette i limiti della scienza, la sospensione delle sue certezze di fronte all’arte; e il video procede in un’atmosfera onirica con immagini sfalsate e un sonoro che registra il «rumore» degli impulsi dei neuroni. La seconda tappa di questo «tutto Fabre per Napoli» è il 29 giugno al Madre dove (ore 18) s’inaugura l’installazione di una grande scultura di 4 metri posizionata sul terrazzo di copertura del museo: «L’uomo che misura le nuvole», che ha il volto dell’artista e quindi si presenta come uno spettacolare autoritratto, è un inno alla capacità di sognare, di attraversare dimensioni spazio-temporali per affermare il potere dell’immaginazione.

Doppio appuntamento invece per sabato 1 luglio, quando l’infaticabile artista la sera è atteso al Napoli Teatro Festival Italia con il suo nuovo spettacolo «Belgian rules», ma la mattina (ore 11) è ospite con una sua installazione a Capodimonte. Al museo viene così rilanciata una tradizione cara alla città di collaborazione con le gallerie private per creare un dialogo tra antico e contemporaneo (da Lucio Amelio con Beuys a Lia Rumma con Kiefer e Kentridge, da Artiaco con Gilbert & George a Trisorio con Spalletti e nel marzo scorso Louise Bourgeois).

Nell’ambito del ciclo «Incontri sensibili» curato da Sylvain Bellenger e Laura Trisorio, due opere di Fabre faranno la loro apparizione al secondo piano del museo: un mosaico a parete e una spada entrambi interamente realizzati con gusci di scarabei. Saranno ambientati in una sala che Bellenger ha trasformato in una wunderkammer selezionando le mirabilia della collezione Farnese (oggetti d’arte bizzarri in cristallo, pietre dure, corni di rinoceronte e noci di cocco intarsiate). Un incontro meraviglioso tra follie della bellezza.


 
Venerdì 23 Giugno 2017, 09:27 - Ultimo aggiornamento: 23-06-2017 09:27
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