Earle, la Signora degli abissi oceanici nello sguardo di Carminati

di Donatella Trotta

«L’apnea è una sfida continua al mistero che il mare, simbolo ancestrale, rappresenta; ed è anche un richiamo: quasi un invito ad andare sempre più in profondità, e più a lungo, alla scoperta dell’ignoto». Chiara Carminati sorride e ti sorprende, mentre ti svela che lei, 46enne udinese, è subacquea e apneista da quando aveva 14 anni, con tanto di brevetto conquistato a sedici anni nel mare di Trieste. Si comprende allora perché sia stata affidata proprio a Carminati, poetessa, fomentatrice di letture e scrittrice di grande talento per bambini e ragazzi (prima vincitrice del Premio Strega juniores 2016 con il romanzo Fuori fuoco, sulla prima guerra mondiale negli occhi di una tredicenne), l’avvincente biografia di una donna a dir poco straordinaria: la statunitense Sylvia Earle, classe 1935, definita «la portavoce degli oceani», pionieristica leggenda vivente dell’esplorazione degli abissi, biologa marina specializzata in botanica ed ecologista militante in difesa del cuore blu del pianeta. Una donna che alla vigilia dei suoi 82 anni, sottolinea con ammirazione Carminati, «ancora continua ad andare sott’acqua, a viaggiare e a battersi per far conoscere al mondo non soltanto l’importanza della ricerca ma quanto, anche, la sopravvivenza della vita sulla Terra sia legata alla buona salute degli oceani: il cuore blu del pianeta, come lei stessa ama definirlo, che va rispettato, perché c’è ancora tantissimo da scoprire».

E si intitola appunto La signora degli abissi. Sylvia Earle si racconta l’avvincente libro per ragazzi di Chiara Carminati, illustrato dalle efficaci tavole di Mariachiara Di Giorgio e pubblicato da Editoriale Scienza (nella riuscita collana “Donne nella scienza”, pp. 118, euro 12,90), che narra in prima persona l’infanzia, la formazione e le passioni della grande scienziata, ricostruendone la brillante carriera - intessuta di coraggio e determinazione - anche con una limpida intervista finale alla Earle: «Intervista “a posteriori”, a libro ormai finito – spiega Chiara Carminati – perché non volevo essere condizionata, nella stesura di una biografia molto documentata in cui non ho inventato nulla, se non il modo di raccontare questa storia che comunica una grande forza, un’energia esemplare e competenze ammirevoli», aggiunge. Il criterio? «Cercando di capire chi è davvero Sylvia Earle, mi sono sforzata di trovare la sua voce interiore, funzionando quasi come un’antenna che capta segnali non visibili. In questo mi ha aiutato molto l’esperienza poetica, ponte fondamentale per trasmettere agli altri emozioni, pensieri, sentimenti».

Di qui lo snodarsi, con sapiente intelligenza emotiva, di una storia vera ma che ha il ritmo di un romanzo d’avventura (o di formazione) su base scientifica: l’infanzia di Sylvia, bambina estremamente curiosa, libera e intraprendente, in una fattoria del New Jersey dove vive con i genitori e i due fratelli a contatto con la natura di cui l’affascina la vita, soprattutto nel suo elemento acquatico; la scoperta dell’oceano dopo il trasferimento della famiglia in Florida, dove le osservazioni e gli esperimenti di Sylvia proseguono tra le onde del Golfo del Messico e tra la sabbia bianca della spiaggia; poi, la prima scintilla della sua vocazione autentica, divampata dopo aver frequentato durante l’ultimo anno delle superiori un corso estivo di biologia marina alla Florida State University, che la sprona a continuare a studiare gli organismi viventi nel loro habitat naturale; e infine, gli studi universitari, le immersioni negli oceani, il dottorato, le ricerche che non le impediscono di sposarsi e avere due bambini finché, non ancora trentenne, parte per una importante spedizione nell’Oceano Indiano, unica donna tra 70 uomini (fatto non scontato né del tutto pacifico, a inizi anni ’60): è l’inizio della sua fama planetaria. Ma anche lo stimolo a perseverare con tenacia in una passione dominante che la porta a immergersi, persino con il pancione in attesa del suo terzo figlio (e con il consenso del suo medico), a 38 metri di profondità nel mare delle Bahamas, e poi a diventare capo spedizione di un equipaggio tutto femminile per il progetto sperimentale Tektite II, condiviso con quattro scienziate all’interno di uno speciale studio sottomarino a 15 metri di profondità, dove le studiose hanno vissuto chiuse per due settimane «immerse» non solo in acqua, osserva ironicamente la sua biografa-voce narrante, «ma anche nei pregiudizi di chi ci osservava da fuori».
 
Infine, negli anni ’80, la consacrazione: avvenuta, dopo la “passeggiata sottomarina” di Sylvia Earle a 400 metri di profondità, con il record dei 914 metri raggiunti grazie a uno speciale sommergibile monoposto, il Deep Rover, progettato insieme al secondo marito e collega ingegnere Graham, per agevolare le sue esplorazioni degli abissi: nell’intervista finale a Carminati, la scienziata racconta anche come ha utilizzato i fondi ricevuti vincendo nel 2009 il Premio TED, che le ha permesso di realizzare l’organizzazione non profit Mission Blue, che ha creato una rete di aree marine protette sparse in tutto il mondo per salvaguardare la salute a rischio degli oceani. L’abilità di Chiara Carminati, in veste di biografa della Earle, è di rendere con leggerezza, senza pedanterie retoriche e una buona dose di ironia la realtà (intima ed esteriore) di un percorso spesso in salita, costellato non soltanto di successi scientifici internazionali ma anche di ostacoli, dubbi, dispiaceri e delusioni, legati molte volte al fatto di essere donna in un mondo, nel “secolo breve” e non solo, troppo a misura di uomini: abituati a soppesare, anche nel mondo accademico, le situazioni con il proprio obsoleto bilancino degli stereotipi di genere.
 
Con la sua luminosa carriera scientifica e l’esempio del suo ottimismo della volontà, Sylvia Earle smentisce invece qualunque luogo comune, rivelando (e questo è uno dei messaggi più profondi e preziosi del libro) quanto possa essere determinante, nel cammino di una persona (bambina o bambino che sia), il patto di fiducia educativa vissuto prima in seno alla famiglia, poi nelle altre agenzie educative: fino a superare persino i propri limiti, realizzando sogni altrimenti impossibili. O inimmaginabili. Giriamo l’ipotesi all’autrice, Chiara Carminati: quanto ha influito l’atteggiamento “assecondante”, pur nel rispetto di regole e valori condivisi, dei genitori di Earle nello sbocciare della sua vocazione? «Tantissimo. Il loro concederle margini di libertà creativa, trasmettendole un amore coerente per la natura sin dall’infanzia, ha avuto un peso determinante nella crescita di Sylvia, come l’attenzione costante e pienamente rispettosa ricevuta dalle sue curiosità di bambina che restava ore sotto la pioggia, avventurandosi in personali “spedizioni” esplorative, dalle quali ritornava portando a casa barattoli pieni di insetti e diverse bestiole». 
Lunedì 12 Giugno 2017, 23:14 - Ultimo aggiornamento: 12-06-2017 23:14
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