Villa Pignatelli, 150 anni di visioni
femminili nella Casa della fotografia

di Donatella Trotta

Tre grandi artiste dell’obbiettivo che nell’arco di un secolo e mezzo hanno segnato la storia della fotografia. Tre sguardi diversamente visionari di donne che hanno condensato la propria identità sessuata, e soggettività di genere, in immagini bianconere. E le loro straordinarie icone: testimonianza artistica viva di una ricerca coerente, esercitata attraverso l’utilizzo sapiente di un medium capace di immortalare attimi irripetibili, ritratti e atmosfere ponendo sulla stessa linea di mira – come ebbe a dire del proprio fotografare Henri Cartier-Bresson – la mente, gli occhi e il cuore.

È un’occasione da non perdere la mostra «L’arte del femminile», in programma da sabato 18 marzo (inaugurazione ore 11) a Villa Pignatelli, Casa della fotografia che per l’occasione esporrà in un inedito confronto 90 opere di Julia Margaret Cameron (1815-1879), Florence Henri (1893-1982), e Francesca Woodman (1958–1981): protagoniste di diverse stagioni non soltanto della cultura ed estetica fotografica, ma anche dell’evoluzione delle immagini femminili in seno alla civiltà occidentale.

Fanciulle vittoriane affascinanti, eteree e sfuggenti, i volti enigmatici atteggiati a una inafferrabile mestizia, trasfigurate in icone angelicate o mariane dal taglio pittorialista e allegorico di Cameron: considerata la prima fotografa della storia, britannica nata a Calcutta e definita dalla sua bisnipote, Virginia Woolf, la “fotografa d’eccellenza dell’Ottocento inglese”, ritrattista sublime, fra il resto, di amici artisti, letterati e scienziati tra i quali Darwin e Tennyson e soprattutto inquietamente attenta ai canoni di idealizzazione della donna del suo tempo.

E poi autoritratti allo specchio, eleganti composizioni astratte, fotomontaggi geometrici e immagini della new e street photography quelle di Henri, artista visuale europea nata a New York da padre francese e madre tedesca: eclettica pittrice, pianista e infine fotografa amica di futuristi, dadaisti e costruttivisti, punto di riferimento per le avanguardie tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento e, dal 1929, persino docente di fotografia (con allieve come Lisette Model e Giséle Freund), della quale il fotografo e pittore ungherese László Moholy-Nagy disse: con le sue immagini, «la fotografia esplora un linguaggio impensabile fino a quel momento. La composizione precisa ed esatta e la sua ricerca sulla luce sono visibili nelle foto astratte, ma anche in quelle che ritraggono soggetti concreti».

E infine Woodman, meteora statunitense - suicida ad appena 22 anni - che nelle sue folgoranti, “disordinate geometrie interiori” ha dato corpo a fine anni Settanta ad una sintesi iconografica che varia dalla compostezza classica frutto delle sue frequentazioni italiane – evocate, ma anche profanate con un uso personalissimo del nudo – all’irruzione corrosiva della tradizione surrealista, fino ad un’espressività esistenzialista consumata nello spazio e gesto performativo, che la rendono artista tra due mondi e dimensioni parallele.

L’esposizione, curata da Giuliano Sergio e aperta sino al primo maggio (ore 10-17, ultimo ingresso ore 16; martedì chiuso), è stata promossa dal Polo museale della Campania in collaborazione con Incontri Internazionali d’Arte e la Galleria Massimo Minini: prima occasione espositiva che presenta a Napoli le opere di tre artiste acclamate nel panorama internazionale per lo straordinario ruolo storico e culturale della loro opera, le quali non si sono mai incontrate e tuttavia rivelano, nella sfida del loro accostamento, una sensibilità affine, pur nell’autonomia espressiva di ciascuna. «Personalità emblematiche che hanno raccontato, a cinquant’anni di distanza l’una dall’altra, ciascuna la propria epoca, vivendone in prima persona i paradossi e le contraddizioni, le tre autrici “dialogano” idealmente, in mostra, nella rappresentazione della figura femminile, in una continua indagine identitaria attraverso il medium fotografico», spiegano i promotori dell’iniziativa. E, aggiungono, «dall’ideale dissimulatore della cultura vittoriana, all’esaltazione moderna e costruttiva delle avanguardie storiche, fino alla crisi espressiva e sociale degli anni Settanta nel Novecento, le loro immagini ci accompagnano in un viaggio lungo un secolo e mezzo che ha visto un radicale mutamento nella percezione della donna in seno alla società occidentale».

Una formula di accostamenti estetici inediti, insomma, resa possibile da molti prestiti, per i quali ciascuna autrice viene presentata in mostra (che si avvale di un catalogo edito da Silvana Editoriale con testi di Anna Imponente, Denise Pagano, Gabriella Buontempo e Giuliano Sergio) attraverso trenta immagini, opportunamente selezionate dal curatore per far emergere tratti di affinità, tematiche e rimandi alla (ri)scoperta di tre artiste complesse e straordinarie. Leitmotiv, nella diversità degli sguardi, il linguaggio moderno della fotografia prestato all’arte attraverso la visione soggettiva delle tre autrici. Capaci di far dialogare stagioni differenti di un secolo e mezzo di storia. Delle donne, e non solo.
Giovedì 16 Marzo 2017, 22:10 - Ultimo aggiornamento: 16-03-2017 22:10
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