Fecondazione assistita, in lista 700 coppie: a Napoli il reparto dei bambini mai nati

di Maria Pirro

La lista è bloccata, ma settecento coppie sono in attesa all’ospedale San Paolo: chiedono di sottoporsi al trattamento di fecondazione assistita, desiderano avere un figlio e protestano perché nell’Asl di Napoli il servizio è sospeso, nonostante la prestazione sia inserita nei livelli essenziali di assistenza che dovrebbero essere garantiti in tutta Italia. Ma, è questo il paradosso, l’unico centro ospedaliero in città è diventato il «reparto dei bimbi mai nati»: non funziona più dal 2010, da quando cioè è stata interrotta l’attività per consentire il trasferimento di personale e attrezzature da un altro presidio, dopo un blitz dei carabinieri del Nas: al San Giovanni Bosco non era, infatti, possibile adeguare i locali alle prescrizioni indicate dalla legge 40, ma si eseguivano tra i 230 e i 250 cicli di terapia all’anno. Di qui la decisione di traslocare. Pronto a spostarsi il primario Luigi Terracciano, poi la dottoressa Teresa Sena. Eppure, al secondo piano del San Paolo, i lavori non sono ancora finiti.

«Le ho tentate tutte, ma non ho perso la speranza», sussurra una donna di 43 anni, architetto: pronta a raccontare la sua odissea tra centri pubblici e privati situati a Napoli e nel resto della regione, ma anche all’estero. Lei è iscritta nella lista Asl «dal 6 aprile del 2010, quando la struttura era operativa ancora all’ospedale San Giovanni Bosco. Nel 2010 mi informarono che attrezzature e personale sarebbero stati trasferiti, ma mi dissero che di sicuro avrebbero trasferito anche i nominativi, e quindi sarei stata contattata a breve». Il caso più volte è stato segnalato anche dai sindacati dell’ospedale di Fuorigrotta e dalle associazioni impegnate nella difesa dei diritti dei cittadini, anzitutto per l’odissea vissuta dalle donne più in là con gli anni: chi si è iscritto nella lista dell’Asl e nel frattempo non ha trovato alternative, compiuti i 45 anni, per legge non può più ottenere il trattamento.

L’orologio biologico segna infatti un inarrestabile conto alla rovescia, mentre sui tempi dei lavori nel centro di fecondazione assistita, avviati nel 2011, poi interrotti e più volte ripresi e affidati nel corso degli anni a varie ditte, non v’è certezza dopo l’ennesimo rinvio: gli interventi sarebbero dovuti riprendere in autunno e terminare entro dicembre. Non s’è ancora visto nemmeno un operaio impegnato a completare l’opera che avrebbe peraltro un costo irrisorio, inferiore ai 10mila euro.

La lunga lista di attesa, bloccata e riattivata in diverse circostanze, testimonia quanto sia richiesta la prestazione. Tramite il centro unico di prenotazioni dell’ospedale, l’elenco nel 2014 è stato peraltro «ripulito». Racconta l’architetto: «Più di un anno fa mi telefonarono per dirmi che il servizio stava finalmente per entrare in funzione e quindi per sapere se avessi ancora intenzione di tentare, e risposi subito di sì. Continuo a sperare di essere chiamata a breve, ma sono finita in un brutto giro. Perché la legge che regola la procreazione medicalmente assistita è quello che è, tant’è che in dieci anni è stata radicalmente modificata a colpi di provvedimenti della Consulta. Ma il vero dramma oggi è un altro».

La 43enne, assieme ad altre donne, accusa: «I rappresentanti della politica e i vertici delle istituzioni non si sono interessati alla problematica delle liste di attesa». Lei aggiunge: «Per questo, ho tentato in Spagna, a Marbella: nel mio caso sono subentrate diverse problematiche legate all’avanzare dell’età e complicate dalle restrizioni della legge 40, ultimamente eliminate da vari interventi della Corte Costituzionale». Lì la donna partenopea ha eseguito il trattamento, ad aprile e poi a ottobre 2014, e speso 7mila euro, in totale. «A febbraio, tenterò di nuovo. Sempre in Spagna», dice con decisione. «Un motivo è che, con il passare degli anni, le difficoltà nell’avere una gravidanza sono sempre maggiori. Non è escluso che ora possa aver bisogno di una donazione, che è prevista anche in Italia, con le ultime modifiche della legge 4, ma qui mancano le banche di ovociti. Insomma, è difficile ottenere tutta l’assistenza necessaria». Si sfoga: «Ogni volta che ho provato è stata sempre una sconfitta, tutte le strade sono risultate sbarrate. Mi sento impotente nel fare qualcosa che per altri è naturale».
 
Venerdì 8 Gennaio 2016, 00:06 - Ultimo aggiornamento: 7 Gennaio, 23:04
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