Le verità sulla morte di Antonio
in quella notte maledetta a Napoli
nei reparti dell'ospedale tra i veleni

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di ​Paolo Barbuto

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Cosa è accaduto realmente nella notte maledetta tra il 16 e il 17 agosto? Qui al Loreto Mare ognuno ha la sua verità, tutti saprebbero dire cosa è successo, ciascuno conosce ogni dettaglio e sa con certezza chi è il vero colpevole della morte del 23enne di Torre del Greco. Però nessuno parla ufficialmente: è tutto un rincorrersi di sussurri e veleni, di paroline e sorrisetti quando uno dei protagonisti è appena passato in un corridoio. Il volto che sale verso l’alto per indicare senza parole, un occhio strizzato come a dire «è la persona della quale parlavamo prima», e dall’altro lato un cenno di assenso con il volto che s’abbassa e gli occhi che si stringono «ho capito, ho capito». Solo che se non fai parte del gioco non puoi capire al volo. Non puoi capire proprio.
 


Ospedale Loreto Mare, domenica mattina calda e densa di solitudine all’esterno, giornata frenetica e ricca di tensione all’interno. Entrano ispettori, scattano controlli e verifiche dietro le porte serrate degli studi, c’è un intenso parlottare nei corridoi: «Possiamo entrare? Sa, dopo quel che è successo vorremmo parlare con qualcuno», le guardie sono gentili ma ferme perché nell’ospedale non si entra semplicemente per parlare con qualcuno, almeno non in questa giornata difficile.

Il copione è lo stesso delle ultime (troppe) occasioni in cui l’ospedale napoletano è finito nella bufera: a fine febbraio per il blitz con quasi cento indagati per assenteismo, a marzo per la protesta che portò all’esplosione di una bomba carta nel piazzale del nosocomio. Quando c’è tensione i controlli diventano più serrati ed entra solo chi è conosciuto o ha un motivo valido per passare.

Così, prima di riuscire a varcare la soglia bisogna attendere l’orario delle visite ai degenti e mescolarsi alla modesta folla di parenti che va a dare conforto ai malati. 

Solo dentro i corridoi del Loreto Mare si comprende realmente qual è l’aria che si respira. Questa volta non c’è la grande tempesta degli arresti per assenteismo che tiene compatti i lavoratori, oggi sul tavolo c’è una storiaccia di malasanità, con un povero ragazzo morto a 23 anni e la magistratura che deve capire cos’è accaduto realmente, sicché vengono fuori le fazioni che si schierano da una parte o dall’altra: chi ha sbagliato? Sul tavolo c’è una lettera denuncia del primario del Pronto Soccorso Alfredo Pietroluongo che fa riferimento a «comportamenti di irresponsabilità nei confronti del paziente» e che chiede alla direzione sanitaria di procedere con denunce presso le autorità competenti nel caso in cui «venisse ravvisata una condotta omissiva e pericolosa». Parole dure che lo stesso Rosario Lanzetta, dirigente responsabile dell’assistenza ospedaliera della Asl Napoli 1 definisce «una narrazione di parte. Andrà verificata la veridicità di quanto afferma». 

E proprio su questo tema si scatena il «non detto» dei corridoi, quella lettera-denuncia viene letta, analizzata, chiosata con parole d’ogni genere, sostenuta o contrastata a seconda della «fazione» alla quale si appartiene.
Ci sono amici degli infermieri coinvolti che si scontrano sulla effettiva dinamica dei fatti: «Il mio amico aveva ragione a non voler partire in ambulanza senza le necessarie cautele e autorizzazioni», s’infiamma un’infermiera che, ovviamente, chiede l’anonimato e pretende che non venga nemmeno sfiorato il nome del suo «amico». Anche se il tema delle cautele e delle autorizzazioni, per quanto effettivamente valido e condivisibile, suona strano di fronte alla necessità di offrire cure adeguate a un giovane che sta lentamente morendo.

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Domenica 20 Agosto 2017, 23:22 - Ultimo aggiornamento: 21-08-2017 12:57
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