Napoli, il boss dei Van Gogh al pm:
«Processatemi ma resto a Dubai»

di Leandro Del Gaudio

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Ha fatto la sua prima mossa, l'uomo dei Van Gogh. Dopo anni di silenzio ha deciso di farsi vivo, di mettersi a disposizione - almeno da un punto di vista formale - dell'autorità giudiziaria italiana, provando a stabilire un contatto con pm e giudici napoletani. A scrivere alla Procura di Napoli è Raffaele Imperiale, da almeno due anni latitante di lusso (a sette stelle, a giudicare dagli hotel che ha frequentato in questi anni) in quel di Dubai, capitale degli Emirati data come ultima frontiera del riciclaggio di denaro sporco.
 


Ricercato numero uno da almeno un paio di anni, capace di conquistarsi una fama internazionale come custode di due tele di Van Gogh rubate anni fa dal museo di Amsterdam, Imperiale rompe gli indugi. E viola la consegna del silenzio, grazie a una lettera scritta di suo pugno, nella quale compie un'operazione abbastanza inedita in tema di caccia ai boss e di lotta alla mafia: in pratica, Imperiale ha deciso di nominare due suoi avvocati - Maurizio Frizzi e Giovanni Ricco del foro di Genova - che dovranno rappresentarlo nel corso del processo che verrà istruito a Napoli di qui ai prossimi mesi: «In questo modo - aggiunge nel suo scritto - renderò possibile la celebrazione del processo a mio carico».

Una mossa non scontata, dal momento che, se Imperiale non fosse uscito allo scoperto con la ufficializzazione della nomina dei due legali, la Procura non avrebbe potuto chiedere il rinvio a giudizio nei suoi confronti, (in mancanza di un'acclarata conoscenza dell'indagato di essere sotto inchiesta).

Una sorta di contropiede, quello di Imperiale, che supera di gran lunga l'immobilismo sull'asse Roma-Dubai, in materia di estradizione, dal momento che la Procura napoletana non riesce a ottenere gli arresti di Imperiale, da anni residente negli Emirati. Una situazione che non sembra dare segni di sviluppo. Anzi. Appena un paio di giorni fa, da Dubai è giunta a Napoli una nuova richiesta di atti, che al momento congela gli arresti di Imperiale. In sintesi, le autorità degli Emirati chiedono il passaporto originale di Raffaele Imperiale, non potendosi accontentare - almeno così scrivono - della semplice fotocopia autenticata presente a Napoli. Occorre il passaporto originale - insistono - se manca questo documento non si può avviare la pratica dell'estradizione. Un intoppo, l'ultimo, che rende quasi impossibile al momento mettere in esecuzione il provvedimento di arresto a carico del presunto boss del narcotraffico e del riciclaggio internazionale. Facile capire che la richiesta che arriva da Dubai non può essere corrisposta, dal momento che l'unico a possedere il passaporto originale è lo stesso Imperiale, che ha lasciato l'Italia anni fa, quando sul suo capo non pendeva una richiesta di arresto.

Droga e riciclaggio le accuse mosse nei confronti di Imperiale e dei suoi presunti affiliati, al termine di un'inchiesta patrimoniale che in questi mesi ha fatto emergere non poche sorprese. Come le due tele di Van Gogh custodite a Castellammare di Stabia da almeno quattordici anni, beni per milioni di euro che rappresentavano un'ipoteca per la grande fuga di Imperiale e del suo socio storico, vale a dire quel Mario Cerrone che da un paio di mesi ha ammesso alcune accuse mossegli dalla Dda di Napoli.

Inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice, decisivo in questi mesi il lavoro svolto dal pm Vincenza Marra (che ha curato soprattutto il filone patrimoniale di Imperiale), Stefania Castaldi e Maurizio De Marco. Ma cosa nasconde la lettera di Imperiale? Cosa c'è dietro la sua disponibilità ad essere processato a Napoli? A leggere le carte spedite in Procura, spiccano alcune ammissioni da parte del presunto boss. Non vengono chiamati in causa altri soggetti, non vengono accusate terze persone, pur ammettendo tutta una serie di accuse che in questi mesi sono state vibrate dalla Dda di Napoli. Stessa strategia di Mario Cerrone, suo ex socio, anche Raffaele Imperiale, diventa così un reo confesso. Non un pentito, ma un soggetto disposto a confermare buona parte delle accuse dei pm napoletani, oltre a consegnare alcuni beni che erano finiti nel mirino della Guardia di Finanza: le ville di famiglia (in senso allargato) disseminate sul territorio, terreni in via Campana, dieci auto dal valore di 40mila euro ciascuna, soldi e - naturalmente - anche le due tele di Van Gogh, che i vertici del museo di Amsterdam non vedono l'ora di tornare ad esporre.
Venerdì 21 Ottobre 2016, 17:12 - Ultimo aggiornamento: 21-10-2016 17:13


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