Napoli. Detenuto muore in ospedale: «Aveva il tumore e non è stato curato»

I familiari hanno presentato una denuncia querela alla Procura di Napoli
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NAPOLI - «Malato di tumore e non curato». È quanto denunciano i famigliari di Antonino Vadalà, 61 anni, morto il 16 ottobre scorso all'ospedale Pellegrini di Napoli.

Stava finendo di scontare una condanna a sette anni di carcere per associazione mafiosa, dopo essere stato giudicato nel processo scaturito dall'operazione «Bellu lavuru» che fece luce sulle infiltrazioni della 'ndrangheta negli appalti sulla Ss 106.

I familiari hanno presentato una denuncia querela alla Procura di Napoli denunciando che, nonostante le condizioni di salute, il congiunto non è stato curato. La salma è stata sequestrata e probabilmente in questa settimana verrà conferito l'incarico per l'autopsia.

Ad agosto, Vadalà si era sentito male nel carcere di Melfi e gli era stato diagnosticato un neurinoma acustico, ovvero una neoplasia vicino al cervelletto. Trasferito all'ospedale San Carlo, gli era stata prescritta la radioterapia. L'avvocato Francesco Floccari, che assiste la famiglia, aveva inoltrato istanza al Tribunale di Sorveglianza chiedendo il rinvio dell'esecuzione della pena e in via subordinata la concessione degli arresti domiciliari o comunque il ricovero in una struttura altamente specializzata che era già stata individuata dai familiari.

Dopo quasi due settimane, il magistrato ha però rigettato l'istanza motivandola col fatto che un altro istituto a Rionero in Vulture dove il detenuto era stato ricoverato (e i famigliari lamentano di non essere stati avvertiti) era in grado di applicare un'altra tecnica di cura. Nel decreto, tuttavia, non ha disposto il ricovero bensì il rientro del malato nel carcere di Melfi. Le sue condizioni si sono aggravate nel tempo, a causa anche di una polmonite che lo ha debilitato ulteriormente.

Considerando che in quell'istituto penitenziario non era possibile curarlo, è stato trasferito al carcere di Secondigliano ma anche lì le difficoltà erano oggettive, non trattandosi di una struttura sanitaria. Il 25 settembre l'avvocato Floccari ha inoltrato una nuova istanza facendo presente che la situazione era grave e finalmente il 3 ottobre il magistrato di sorveglianza ha accolto la richiesta. Ma ormai la situazione era talmente grave che non è stato possibile notificargli l'atto.

Antonino Vadalà nel frattempo era stato ricoverato nel reparto di rianimazione prima all'ospedale Cardarelli di Napoli e poi al Pellegrini. Lì è deceduto il 16 ottobre. Il figlio Carmelo Vadalà, pure lui detenuto perchè coinvolto nella stessa operazione di polizia e condannato a sei anni e sei mesi di carcere, aveva chiesto di poter incontrare il padre in via eccezionale considerato che stava male.

Il permesso non gli fu dato perché, raccontano i familiari, l'amministrazione competente aveva giustificato l'insussistenza di imminente pericolo di vita. I congiunti di Antonino Vadalà hanno sporto denuncia querela «perchè anche se lui era colpevole, stava scontando la sua condanna. Sarebbe uscito tra pochi mesi. Ma qui sono stati calpestati i diritti umani e speriamo che non debba capitare più a nessuno».
domenica 20 ottobre 2013 - 13:18
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