«Napoli peggio di Baghdad
stiamo sei a uno per noi»

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di i Giuseppe Crimaldi

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«Antò, scendi con Luigi, andate a Forcella: esci dal vicolo, percorri via San Giovanni a Carbonara, vai là e spara. Spara venti botte!». I dialoghi dall'inferno della camorra delle paranze dei bambini sono il più drammatico condensato della faida che nell'estate del 2015 insanguinò il centro storico. «Qua ormai è peggio di Baghdad», ripeterà più volte Gennaro Buonerba. Omicidi, ferimenti, raid e una serie interminabile di stese. Così si fronteggiarono il cartello dei Giuliano-Sibillo e quello dei Buoenrba, talmente orgogliosi nell'essere rimasti fedeli al clan Mazzarella da fregiarsi, nei loro colloqui, di rappresentare «la paranza dei ribelli», quasi si trattasse di un titolo.
Nelle oltre duecento pagine dell'ordinanza che ha portato in carcere cinque persone legate alla famiglia Buonerba, detti i capelloni, vengono ricostruiti due gravi episodi: l'omicidio del baby boss Emanuele Sibillo e il ferimento di tre giovanissimi.

L'agguato a Sibillo. Per uccidere il 19enne Emanuele Sibillo, il ragazzo che voleva prendersi tutte le piazze di spaccio del centro storico che vanno da Forcella a piazza Bellini, venne messo a punto un piano che non prevedeva vie di scampo alla vittima. A parlare è il collaboratore di giustizia Marco Overa, braccio destro di Marco Mariano, capoclan dei Quartieri spagnoli: «Lo attesero sotto casa di Gennaro Buonerba, dove si era recato a prendere i soldi dello spaccio. Un vicolo stretto, via Oronzio Costa, che non consente vie di fuga e non lascia scampo. In quattro si appostarono: uno nel palazzo, uno nascosto in un basso e due dietro una finestra Emanuele arrivò con cinque guardaspalle e iniziò a sparare, poi appena si rimise sullo scooter Antonio e Amoroso e Andrea Manna gli spararono alle spalle».Era il due luglio 2015, ed era appena iniziata l'estate di sangue di Napoli.

I tre ragazzi feriti. Solo poche ore prima i Buonerba avevano messo in scena la prova generale di quell'omicidio. Rischiando di fare una strage: colpirono tre minorenni, tra i quali un fedelissimo di Sibillo, quell'Antonio Napoletano detto «Nannone», elemento di punta della paranza dei bambini di Forcella. «Nannone lo tengono chiuso sopra - dice Buonerba - deve scendere solo per azzeccare (uccidere, ndr) la gente». L'odio per il braccio destro dei Giuliano-Sibillo è forte: Napoletano va in giro armato, ed è considerato uno dei migliori sicari, assieme a un adolescente di appena 15 anni, nipote del boss della Sanità Nicola Sequino.

La guerra. A scatenare la faida furono una serie di concuse. Non solo la voglia di predominio sulle decine di piazze dello spaccio di hashish, marijuana e cocaina del ventre di Napoli, ma anche odi covati a lungo da parte di chi per anni era stato costretto a sottostare alla legge dei più forti: quella dei Mazzarella. Una posta in gioco altissima: che comprendeva persino i forti introiti legati al «pizzo» imposto ai parcheggiatori abusivi del centro storico. «Tutto ebbe inizio - racconta un altro pentito, Yassir Atid - perché Emanuele Sibillo affiliato con il gruppo Giuliano-Brunetti sparò a Emanuele Catino, affiliato al gruppo Del Prete, a sua volta legato ai Mazzarella. I Sibillo controllavano le zone di San Biagio dei Librai, Largo Donnaregina fino a piazza Bellini. I Mazzarella si vendicarono subito di quell'omicidio gambizzando il padre di Emanuele, Vincenzo».

La via della morte. Via Oronzio Costa diventò l'ingresso dell'inferno. Una trincea di camorra nella quale si susseguirono raid armati, omicidi e agguati. «Questa è la via della morte, e tutti lo devono sapere», dice uno degli arrestati ad un amico. A fine giugno, in solo due giorni, si susseguirono tre «stese». «Bum, bum, bum: dieci botte e non li riuscimmo a uccidere», dice sempre Gennaro Buonerba parlando con un affiliato, senza sapere di essere intercettato dalle microspie che la Squadra mobile gli ha piazzato in casa. Le «cimici» registrano tutto: «Cominciamo a preparaci, tutte le sere - prosegue - Io quando tengo la pistola la porto sempre carica, con la botta in canna».

Nannone. Eliminato Emanuele Sibillo, l'odio dei Buonerba si concentrò su Antonio Napoletano (arrestato dalla polizia nell'ottobre 2015). A soli 18 anni «Nannone» era considerato un nemico temibile. «Viene qui sotto casa nostra con la pistola in mano - dicono i Buonerba - Gli abbiamo piazzato tre colpi e non è morto.Tu ci puoi provare pure per altri dieci giorni, ma quello non muore. Il giorno che lo prendiamo gli spariamo tutte le botte in testa e in faccia». Napoletano doveva morire anche perché si era permesso di andare a minacciare una delle donne dei Buonerba, intimando di lasciare il quartiere.

Sei a uno per noi. Nella tragedia di quei giorni i Buonerba riuscivano a ironizzare pure sui morti e i feriti. «Stiamo sei a uno per noi», dice Gennaro a uno dei suoi. Poi meditano nuove vendette di sangue, individuando i potenziali bersagli. Tra questi c'è anche il fratello di uno dei «nemici» che fa il calciatore. «Il fratello di tale Giuseppe P. - dice sempre il boss - quello che fa il giocatore. Pam pam pam! Lo dobbiamo sparare in mezzo alle gambe, non deve scopare più! Dentro l'anca, nelle gambe. Non lo uccidiamo ma deve soffrire per tutta la vita!».
La fuga nel Bed&Breakfast. Dopo aver assassinato Emanuele Sibillo il commando di killer trovò riparo in una struttura nella zona dei Quartieri spagnoli abitualmente frequentata da prostitute. «Gli asciugamani per lavarsi me li fornì un tale che affitta le camere e che ha anche un bar», ha rivelato Maurizio Overa.
 
Mercoledì 17 Maggio 2017, 10:59 - Ultimo aggiornamento: 17-05-2017 10:59
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