Napoli. Processi troppo lenti e termini scaduti: tornano in liberà sette boss

di Viviana Lanza

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Le chiamano «scarcerazioni facili». Tecnicamente avvengono per decorrenza dei termini, quando la giustizia non sta al passo, rallenta, affanna sotto il peso di una mole di lavoro spesso sproporzionata rispetto alle risorse in campo e ai mezzi a disposizione, si dilunga, finisce per andare fuori tempo e a quel punto non si possono trattenere in carcere persone in attesa di giudizio e, anche se accusate di reati gravi e terribili, bisogna rimetterle fuori, in libertà. Negli ultimi mesi a Napoli si è verificato più di un caso e i più recenti spingono magistrati e investigatori a tenere sempre più alta l'attenzione nei quartieri del centro storico, di nuovo teatro di sangue e violenza. Sì, perché in libertà, nei mesi scorsi, sono tornati camorristi di Forcella, San Giovanni a Teduccio e Sanità, rioni che sullo scacchiere criminale sono fronti caldi nella lotta al crimine organizzato. Il procuratore Giovanni Colangelo, l'altro giorno dalle colonne di questo giornale, aveva sottolineato l'importanza di pene certe e efficaci («La pena, deve sì riabilitare il condannato, ma anche evitare zone franche e sensazione di impunità») ammettendo, a proposito di scarcerazioni per decorrenza dei termini, che «il problema delle pene esiste».

Decorrenza e prescrizioni sono da tempo al centro del dibattito giudiziario. L'anno giudiziario appena concluso si era aperto con un allarme dell'allora presidente della Corte d'Appello Antonio Bonajuto (che a dicembre ha lasciato la magistratura dopo 49 anni di carriera) su «preoccupante incremento della prescrizione», «logorante lentezza della fase dibattimentale del processo penale» e «eccessiva mobilità dei magistrati favorita da una normativa secondaria poco attenta ai bisogni dell'utenza e alla stabilità dei collegi». Sta di fatto che negli ultimi mesi a Napoli sono tornati liberi personaggi che inchieste dell'Antimafia indicano come criminali pericolosi, tra vecchi capizona con ambizioni da nuovi boss e giovani affiliati pronti a farsi spazio con il ricorso alla violenza più cieca. I clan hanno alzato i calici e brindato più volte a scarcerazioni anzitempo. Il caso più recente riguarda Salvatore Barile, alias Totoriello, uscito di galera per decorrenza dei termini a fine novembre nonostante una condanna per reati di associazione camorristica per il suo legame, non solo di parentela, con i Mazzarella. E proprio su di lui, e sui fedelissimi che avrebbe raccolto a sé, si stanno concentrando le indagini sull'omicidio di Maikol Giuseppe Russo, assassinato nella notte di San Silvestro in piazza Calenda, a Forcella, vittima per errore di affiliati armati scesi in piazza per un'azione di forza contro i Giuliano di ultima generazione.

Da ottobre sono liberi anche i «barbudos», scarcerati per decorrenza dei termini a sei mesi dall'arresto per armi. Sono quattro giovani del rione Sanità - Raffaele Cepparulo, Salvatore Basile, Agostino Riccio, Francesco Spina - accusati di far parte di un gruppo che mira al controllo del malaffare tra i vicoli del centro storico, è in guerra con i Giuliano-Sibillo e si distingue per il look islamico con barbe folte e i nomi dei propri morti ammazzati tatuati sul corpo. A San Giovanni a Teduccio, invece, per un calcolo sull'incidenza dei giorni di astensione degli avvocati nella valutazione dei tempi processuali sono tornati liberi, prima della sentenza, gli imputati di un processo per camorra, tra cui i boss D'Amico, Salvatore e Gennaro, indicati ai vertici del clan di famiglia fino al 2009 costola della storica cosca dei Mazzarella e poi autonomi, secondo la ricostruzione della Dda, nella gestione delle estorsioni.
Venerdì 8 Gennaio 2016, 12:43 - Ultimo aggiornamento: 08-01-2016 12:43
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