Tumori, in Campania la radioterapia è un calvario

PER APPROFONDIRE: tumori, campania
di Maria Pirro
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NAPOLI - Come deve sentirsi un ammalato di cancro quando scopre che in Campania non bastano le apparecchiature per la radioterapia, se la diagnosi arriva troppo tardi e la biopsia va ripetuta e lo screening del tumore al colon-retto in provincia di Caserta (e non solo in questo «lembo» di Terra dei fuochi) è ancora un miraggio. «Aggredito» da un big killer. Impotente.


Il Mattino ha già raccontato di come Gaetano Marati ha scoperto di avere il tumore da una radiografia fatta 17 mesi prima. Non l’unica «svista» nella diagnosi. Pure l’esame istologico: «S’è poi rivelato diverso da quello annotato nella cartella clinica. Anche questo l’ho saputo per caso». Marati rivela altri particolari: «Mi avevano inizialmente certificato una neoplasia di tipo neuroendocrino, e questo significava per me poter tentare una terapia alternativa alla chemio praticata al Policlinico. Lì, la fine della speranza: ripetendo gli esami, mi hanno parlato di adenocarcinoma». Sfiduciato, ma non rassegnato, nonostante tutto. Dice: «Ho ripetuto tre volte l’agoaspirato al polmone. Per sicurezza, ho anche consultato l’Istituto dei tumori di Milano, che ha confermato il verdetto del Policlinico». Un caso non isolato.

Lo «spread della vita». C'è un documento, presentato in un workshop organizzato nella Terra dei fuochi, che mostra il «divario di sopravvivenza alla malattia» tra Sud e Centro-Nord Italia. E il dato fa più male se confrontato con lo «spread della vita» tra la Campania e il resto del Paese. Aspettativa ridotta di quasi un anno nella regione tra il 1992 e il 2010. Nel rapporto realizzato con i dati estrapolati dai registri tumori: la situazione è spia di più «criticità all'interno dei sistemi sanitari delle regioni meridionali». Tra queste, ecco (ri)comparire l’attività diagnostica di anatomia patologica: «Si rende assolutamente necessario - si legge nel documento - il superamento della notevole eterogeneità presente a livello regionale nell’ambito della refertazione, eterogeneità che in alcuni casi diventa grave insufficienza».

Quelle biopsie da rifare. Gaetano Botti è primario di anatomia patologica all’Istituto dei tumori di Napoli e fa parte del direttivo della società scientifica Siapec. Conosce dall’interno le difficoltà operative. Rivela: «Va ripetuto il 15-20% degli esami di anatomia patologica che arrivano da piccole realtà sanitarie, pubbliche e private, al Pascale. Perché è decisivo eseguire le indagini con procedure e metodi standardizzati. E invece, capita che siano trasmessi referti che non indicano nemmeno il nome dello specialista». Altra questione è dotare tutti i principali ospedali di strutture dedicate: «Necessarie per la diagnosi, ma anche durante la chirurgia. Per eseguire un intervento non invasivo, e per condividere il percorso terapeutico. Ci sono 15 strutture in tutta la Regione, ed è un peccato che altre che lavorano tanto e bene come Pozzuoli non abbiano un proprio servizio interno. Sarebbe auspicabile un programma regionale, anche per sostenere il progetto di biobanche per la conservazione dei tessuti guidato dal Pascale con il manager Tonino Pedici e il direttore scientifico Gennaro Ciliberto». Un progetto già finanziato dal ministero della Salute con 500mila euro.

Napoli-Milano: 4,5 contro 7. Ma sono le cifre che rivelano l’abnorme divario tra la Campania e il Centro-Nord Italia. Numeri inaccettabili per le apparecchiature di radioterapia, e infatti la Regione annuncia un piano per intervenire subito. In Umbria e Lazio ci sono 7,7 acceleratori per milione di abitanti, in Lombardia 7, in Toscana 6,9. In Friuli addirittura 8,9: è il numero in assoluto più alto. Il censimento realizzato dall'Airo, l'associazione italiana di radioterapia oncologica, indica paurose differenze regionali. E la Campania è in fondo, con la Calabria e la Puglia. Il dato, molto al di sotto della media nazionale che si attesta a 6 macchinari per milione di abitanti, svela la distanza dal resto dell’Italia. Qui sono solo 4,5 gli acceleratori per ogni milione di abitante. Certifica lo studio realizzato dall’Istituto dei Tumori di Milano, pubblicato su Cancer Epidemiology: «Anche l’adesione ai trattamenti raccomandati mostra differenze tra le aree italiane prese in esame: l’utilizzo di radioterapia associato a chirurgia conservativa è eseguito nel 52% delle pazienti a Modena ma solo nel 36-37% delle pazienti a Napoli e Sassari».

«Colon, diagnosi a ralenti». Il rapporto avvisa: «Per questa tipologia di tumore si registrano differenze geografiche analoghe a quelle riscontrate per il tumore della mammella: le percentuali delle diagnosi in stadio precoce del tumore sono più basse nei registri di Sassari e Napoli (rispettivamente 12% e 10%) dove si rilevano anche i valori più elevati di casi con metastasi alla diagnosi (rispettivamente 31,3% e 35,3%)». Le migliori prognosi dipendono dagli screening. Ma in Campania «si va avanti - spiega Botti - senza ricevere finanziamenti da 4 anni». Ed è notizia dell’ultim’ora: 25 milioni sono stati appena sbloccati dalla Regione.

Il monito del ministero. Sugli screening, c’è un documento all’analisi della Regione che riporta le indicazioni del ministero della Salute, e ribadisce: «La ”copertura” reale della popolazione target è largamente insufficiente». I vincoli economici dettati dal piano di rientro, ma anzitutto il blocco del turn-over hanno di fatto reso impossibile il reclutamento di personale dedicato. Spiega perché è necessario fare presto Franco Bianco, dirigente medico del Pascale, che coordina la chirurgia dello screening del colon-retto: «Dal 2011 si attua il programma nell'Asl Napoli 3 Sud, che è articolato tre livelli (ricerca del sangue occulto nelle feci, endoscopia, chirurgia colon-rettale). Presentato come modello al congresso nazionale organizzato su quest'argomento, lo screening ha consentito di operare 80 ammalati di cancro su oltre 35mila persone visitate. Questo dimostra che la gente non resta indifferente, anzi c'è un passaparola anche tra pazienti e medici di famiglia». Eppure, lo screening è operativo solo nell'area vesuviana, nella penisola sorrentina e, con una diversa organizzazione, in Irpinia. «Occorre istituire un coordinamento regionale che permetta di potenziare il programma quanto prima». Sottolinea Bianco: «I risultati della chirurgia precoce consentono di ridurre le complicanze post-operatorie e aumentare la sopravvivenza a 5 anni dall’intervento, quando già si manifestano gravi sintomi della neoplasia, la probabilità scende dal 90 al 50%».

L’impegno. La Regione sottolinea in una nota quanto fatto e annuncia i progetti in cantiere: nell’ultimo triennio è stata «fortemente impegnata a ridurre il disavanzo di gestione nonché la pesantissima situazione debitoria ereditata». Per l’assistenza oncologica, con decreto del commissario, è stato approvato un programma di interventi, per circa 11 milioni. In più, «è stato finanziato con 1,6 milioni un progetto a regia regionale per la realizzazione della rete di tumori rari regionale con l’obiettivo di procedere alla mappatura di tutte le realtà oncologiche regionali ed alla individuazione, formalizzazione e diffusione di percorsi diagnostico-assistenziali condivisi». Altri fondi sono stati destinati all’oncologia pediatrica.
sabato 23 novembre 2013 - 10:10   Ultimo agg.: lunedì 2 dicembre 2013 17:19
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