Il colera, due mesi di paura e quarant'anni di fango su Napoli

Agosto '73: Napoli tra decessi e psicosi. I ricoverati furono 911 ma i casi accertati 127. I morti tra 12 e 24
PER APPROFONDIRE: colera, napoli, 1973
di Titti Marrone
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La grande paura del colera, nascosta da secoli nel ventre di Napoli, cominciò ad abbattersi sulla città alla fine dell’agosto 1973.

Prese la strada di una storia già vista e destinata a ripetersi ancora. Mischiò morte e speranza, degrado e efficienza, pregiudizi e superstizioni. Avallò tutti i possibili stereotipi sulla “città irredimibile”, a volte più dannosi del vibrione. Si concluse all’insegna dell’incertezza, sia sul numero dei morti che sulle vere cause. Era stata una giornata calda, la gente dei quartieri poveri aveva fatto, come sempre, il bagno nelle acque giallastre e puzzolenti del litorale.

Tuffi e nuotate da poveri con pochi altri svaghi a parte il mare. Sporco ma gratuito. Però al Cotugno, l’ospedale per le malattie infettive il cui solo nome evocava inquietudine, stava accadendo qualcosa. Giorno dopo giorno arrivavano sempre più malati con sintomi allarmanti, con i ventri marci. Gastroenterite, dicevano i medici. Ma già covavano la grande paura. Finché, a Torre del Greco, due donne morirono dopo giorni di diarrea intensa, vomito, disidratazione. Poi la comunicazione dalla Prefettura: è colera.

Fu così che la paura s’incarnò in una parola da flagello biblico, prima sussurrata, poi gridata dal Cavone al Pallonetto, dal Vomero ai Vergini: “il colera, ’o culera”. Il termine dal suono cupo riesumò l’orrore ancestrale delle epidemie raffigurate da Luca Giordano o da Micco Spadaro con le piazze invase da cadaveri lividi e da avidi monatti. Minacciosa come una campana a morto, fece tornare l’incubo del morbo antico - 13mila vittime nel 1837, tra cui forse Leopardi e di sicuro il pittore Pitloo, oltre 7mila nel 1884 - di nuovo accasato nei vicoli da budello, nelle acque putride del mare in cui si sversavano i liquami delle “latrine” e dei “cessi” che a fine ‘800 Matilde Serao, nel “Ventre di Napoli”, volle chiamare con il loro nome, senza virgolette o abbellimenti folklorici. L’incubo durò due mesi, tra i più duri nella storia di Napoli.



martedì 20 agosto 2013 - 09:04
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