Franceschini: «Reggia di Caserta, 60 milioni per il rilancio. Pubblico e privato, sì alle sinergie»

di Gaty Sepe

A Pompei il 24 dicembre, a Napoli, con i Girolamini, Capodimonte e San Carlo, giovedì, sabato, infine, alla Reggia di Caserta. Al ministro della Cultura Dario Franceschini la Campania piace davvero. «In un giorno solo io ho visto i Girolamini, Capodimonte e San Carlo, tre luoghi incredibili. Ho ben chiaro il quadro dell’Italia e non mi stancherò mai di ripetere che non c'è regione italiana con le potenzialità della Campania che ha un patrimonio d'arte, archeologia, bellezze naturali e creatività unico. D'altronde da due anni la Campania è la seconda regione per numero di visitatori e ha superato la Toscana: è il segno che quando i livelli istituzionali funzionano, in poco tempo il numero dei visitatori cresce».

In Campania, però, è cresciuto senza nessun investimento nel settore turistico «Penso che ognuno debba fare la sua parte. A me, come ministro della Cultura, spetta il compito di portare la gente nei luoghi di cultura aumentando la domanda, poi dovranno crescere anche le risposte da parte degli imprenditori privati e delle istituzioni locali».

Il prossimo obiettivo, adesso, è far crescere la Reggia di Caserta: come si raddoppieranno i visitatori?
«Abbiamo appena cominciato realizzando quello che in settanta anni nessuno era riuscito a fare e a cui tutti guardavano con scetticismo. La Reggia era occupata per quattro quinti da uffici e riservava all’ala museale solo un quinto della sua superficie, una cosa che sarebbe sembrata inconcepibile a Versailles e Schoenbrunn. Noi, invece, siamo riusciti a fare un piano ed a rispettarlo nei tempi previsti. Con lo spostamento dell’Aeronautica abbiamo liberato il piano nobile e raddoppiato la superficie museale».

Quali investimenti si faranno?
«La cifra che verrà investita non è ancora certa ma potrebbe essere molto più di 30 milioni di euro. Dieci milioni sono stati destinati al riallestimento del piano nobile. La Reggia rientrerà tra i 25 grandi attrattori turistico-culturali del Paese e quindi potrà contare sulle risorse del fondo sviluppo e coesione anche per i lavori al giardino e per tutto il piano di recupero. Ma almeno altri 50 milioni potranno arrivare dal piano strategico attrattori culturali che sarà definito entro il 2016. Una parte andrà al recupero delle strutture, quindi il museo e il parco, una parte è invece destinata alle attrezzature: trasporti, parcheggi. Come a Pompei, un piano complessivo che riguardasse anche le infrastrutture non era mai stato fatto. Caserta tra l’altro ha due vantaggi unici rispetto a qualsiasi altro sito al mondo, la vicinanza con la stazione ferroviaraia dell'alta velocità e il parcheggio sotterraneo per chi viene dall'autostrada».

Quale sarà il ruolo dei privati?
«La Reggia di Caserta ha un ottimo collegamento infrastrutturale ma non ha una buona ricettività. L'idea sarebbe quindi quella di utilizzare uno dei due edifici che danno sulla piazza per un albergo o un ostello. L'obiettivo è portare alla Reggia un milione di visitatori, poi però bisogna anche fare in modo che trovino accoglienza nel territorio. C'è l'idea di destinare una parte di un edificio pubblico ad una attività privata, si farà un bando di gara e si stabiliranno le regole, ma è prematuro immaginare quali potranno essere gli investitori italiani o stranieri».

Parliamo di Pompei, dove invece c’è ancora tanto da fare per il risanamento del territorio e delle infrastrutture ma contro l’Hub ferroviario si sono levate polemiche e barricate.
«Le norme di legge prevedono che i finanziamenti vengano investiti anche nel territorio. L'Hub ferroviario nasce dalla necessità di creare un punto di incontro tra Circumvesuviana e stazione delle Ferrovie dello stato. Pompei è un sito che fa 3 milioni di persone l'anno e che deve farne sempre di più anche perché, a mio avviso, almeno durante i mesi estivi dovrebbe essere sempre fruibile anche di sera. Poi ci sono i turisti delle grandi navi. L'Hub, dunque, è soltanto un pezzo di un progetto di riqualificazione complessivo che comprende anche trasporti, parcheggi, alberghi - senza i quali i turisti non restano nel territorio - che è stato identificato peraltro dalla Conferenza dei servizi che comprende i vari comuni vesuviani. Il generale Curatoli, che ha preso il posto del generale Nistri alla guida del Grande Progetto Pompei continuerà il lavoro di coordinamento anche per quanto riguarda il rilancio territoriale, le altre infrastrutture come parcheggi e strutture ricettive, la qualità urbana».

Come ha trovato Capodimonte?
«Splendido ma difficile da raggiungere. D’accordo con il direttore Bellenger ci siamo convinti che ci vuole un servizio di navetta dedicata perché è impensabile raggiungere il museo con i mezzi pubblici. Il museo ha grandi potenzialità, una collezione da far concorrenza alla National Gallery, la reggia, il parco, eppure per numero di visitatori non è nemmeno nei primi 30 musei italiani».

Per i visitatori, però, non c’è nemmeno una brochure...
«Capodimonte ha ottimi curatori, ma sicuramente c’è molto da fare e stiamo lavorando per farlo crescere. Un primo passo per la riorganizzazione lo abbiamo fatto unificando museo e parco nella gestione e nella direzione, ora con Bellenger lavoreremo per portarci più visitatori. Certo il resto, dalla segnaletica ai parcheggi, non tocca a noi».

Il piano per i Girolamini?
«Riunire il complesso monumentale, che adesso dipende da settori diversi del ministero, in un’unica gestione che lo porterà nel sistema museale. Penso poi che si dovrà cominciare a sfruttare anche il circuito delle biblioteche storiche, che ha potenzialità enormi, come avviene nel resto del mondo. Parte della biblioteca potrà essere parte di un itinerario culturale specifico a pagamento. Intanto aspettiamo il dissequestro da parte della magistratura».

E a che punto è, invece, il recupero di Carditello?
«Il percorso è stato tracciato. Proprio quando ero a Napoli è stata raggiunta l'intesa sullo statuto della Fondazione di cui faranno parte lo Stato, il Comune ed alcune associazioni territoriali. Appena costituita, la Fondazione deciderà poi come valorizzare la Reggia. La mia idea è farne un luogo di richiamo internazionale per l'allevamento, così come era stato per i Borbone».

Ma il governo ha un piano per questa Regione dalle potenzialità turistiche e culturali uniche?
«Siamo in pieno percorso di scrittura per il piano strategico del Turismo che sarà presentato a Pietrarsa il 7 ed 8 aprile. Come ho detto proprio a Pietrarsa, agli Stati generali del turismo sostenibile, il mio compito è valorizzare tutto il Paese ma soprattutto il Mezzogiorno: al sotto di Roma si trova il 25 per cento dei beni del nostro patrimonio culturale del paese eppure vi arriva il 17 per cento dei flussi turistici del paese. Il piano per il turismo culturale deve fare in modo da valorizzare le regioni meridionali e fare in modo che i flussi turistici non si dirigano solo su Roma, Firenze e Venezia. E dovrà, ovviamente, tener conto delle eccezionali potenzialità della Campania. Intanto, stiamo già lavorando ad un progetto di valorizzazione dei Campi Flegrei, un'altra area archeologica unica al mondo che comprende però siti chiusi o non visitabili, con l'obiettivo di riportarla all'unità».

In questo piano strategico che ruolo avrà l'Enit da lei riformato?
«Quello di promuovere il sistema paese Italia all'estero, compito per il quale ha appena avuto un finanziamento con risorse per dieci milioni. L'Ente è stato appena riformato, con nuovi vertici e nuova organizzazione, ed è perfettamente in grado di funzionare e svolgere il suo compito».

Venti nuovi direttori dei musei quasi tutti al di fuori dei ranghi del ministero: non si fidava dei suoi dirigenti?
«Per le selezioni contano i curriculum noi abbiamo scelto i migliori, anche tra gli stranieri. Inutile negare che noi abbiamo grandi professionalità per quanto riguarda la tutela del patrimonio culturale ma non per quanto riguarda la sua promozione e gestione. L'Italia ha collezioni inimmaginabili ma è inutile nascondersi che per quanto riguarda l'organizzazione dei servizi di accoglienza dei nostri luoghi di cultura siamo rimasti indietro».

Non ci sarà nuovo personale nei beni culturali?
«Assumeremo 500 persone tra storici dell'arte, archeologi e restauratori ma per quanto riguarda il personale addetto alla vigilanza dei luoghi d'arte, nei prossimi anni non ci saranno assunzioni. Bisogna dunque riorganizzare il personale delle sale ripensando turni ed orari, d’altronde siamo l'unico paese al mondo che ha un parametro nazionale fisso custodi per sala». 
Lunedì 18 Gennaio 2016, 08:30 - Ultimo aggiornamento: 18-01-2016 08:30
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