Il Selvaggio West e Buffalo Bill all'ombra del Vesuvio

di Alessandra Pacelli

Indiani e cow-boy, quelli veri, ai piedi del Vesuvio. Autentici pellerossa e discendenti dei pionieri che hanno colonizzato la vecchia America, riuniti in uno spettacolo di circo al seguito di Buffalo Bill - proprio lui in carne, ossa e giacca di pelle frangiata, l'eroico cacciatore oramai in pensione ma sempre interprete di storie leggendarie - che alla fine dell'Ottocento se andava in giro per il mondo portando in tournée il suo mitico «Wild West Show». È così che il Selvaggio West arriva anche a Napoli nel lontanissimo 1890, portando con sé stupore e aura d'avventura di terre lontane e anticipando, già allora, metodi e dimensioni dell'industria dell'intrattenimento globale. Un geniale Buffalo Bill che immaginiamo vecchio attore ma sempre fiero, che chissà quanta curiosità (e chissà quanti sberleffi e sfrenate fantasie di gioco) deve aver scatenato negli scugnizzi dell'epoca.

Il tutto è testimoniato da una fotografia un po' seppiata e dall'atmosfera surreale, custodita al Buffalo Bill Museum di Golden, in Colorado, dove Lino Fiorito l'ha scovata. Lasciandosene sedurre. Al punto da costruire intorno a questa immagine un'intera mostra, complice anche la rustica dimensione e la semplice struttura in legno del Museo Apparente di Corrado Folinea (vico Santa Maria Apparente, 17) dove domenica prossima alle 12 inaugura la sua personale «Giardino Western».

L'artista napoletano con una buona dose di ironia - visto il clima infuocato del referendum renziano - immagina duelli tra maschere della Commedia dell'arte, realistica incarnazione del carattere degli italiani, e affida ad Arlecchino e Pulcinella la contesa del fronte del Sì e del fronte del No. A colpi di pistola.

E in un'ulteriore fusione spazio-temporale, partendo dalla silouette del Vesuvio che fa da sfondo alla fotografia del circo di Buffalo Bill, Fiorito dipinge un vulcano da cui si sprigiona una nuvola di fumo che diventa carta geografica degli Stati Uniti, disseminata però di pistole pronte a sparare (un omaggio al neopresidente Trump?); mentre le sagome rosse di due cactus continuano a rimandare il pensiero a un «Mezzogiorno di fuoco» in salsa nostrana. Una mostra bella, politica, capace di dominare il paradosso, carica di potenza visionaria: un dono in tempi di appiattimento creativo.
Mercoledì 30 Novembre 2016, 15:35 - Ultimo aggiornamento: 30-11-2016 15:35
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