Dillo al Mattino/ Io, «cullatore», vi spiego qual è il vero valore dei Gigli

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Ho deciso di inviarvi una versione dei fatti di domenica scorsa per farvi sentire la voce di chi la viva da "dentro"
La scelta del vostro quotidiano non è casuale; fin dalla vostra nascita infatti, non vi siete mai soffermati a fornire solo la semplice notizia,
ma vi siete adoperati affinché se ne cogliessero le correlate sfaccettature socio-culturali.

Premessa

Gli avvenimenti di questi giorni, impongono una chiara presa di posizione, a chi come me, vive la Festa dei Gigli di Nola come una preghiera o un omaggio al Santo compatrono della Città.
Palese è l'immagine trasmessa al di là dei confini dell'argo nolano: «è una festa popolana; non ha nulla di religioso; i collatori sono ubriaconi; spesso sono sotto effetto di stupefacenti»; ecco, solo alcuni dei commenti che il sottoscritto, un "cullatore" che nel quotidiano lavora nel mondo della ricerca scientifica è stato costretto ad affrontare e ricusare all'indomani della "Festa". E credo che a tanti altri non sia andata in modo differente!
Ora però, che tanti opinionisti hanno parlato, permettete che anche qualcuno degli innumerevoli che sono parte della "Festa", possa fornire qualche ulteriore testimonianza su cui, poi, ognuno che da lontano vive questo avvenimento, possa fondare un proprio giudizio sul connubio Nola-Gigli-San Paolino.
Inviterei pertanto il Lettore a riflettere sui punti seguenti.

Riguardo agli incidenti
Chiunque, in un assembramento scagli in aria una bottiglia di vetro, non è un uomo; ma un vigliacco. Non è degno di potersi chiamare né Nolano, né Barrese, né tanto meno può essere un "cittadino" di un qualsiasi insediamento del mondo. Egli è il classico individuo senza volto, perché trova il coraggio di agire solo nell'ombra; egli è il tipico anonimo che sa solo gettare fango sull'intera comunità a cui dice di appartenere.
Tale individuo può essere assimilato agli ignavi dell'Inferno di Dante: «sanza 'nfamia e sanza lodo».


La questione delle paranze composte da ubriaconi o da gente che fa uso di droghe.
Per quanto mi risulta, né il sottoscritto, né coloro che "cullavano" accanto e insieme a me, né coloro che ci coordinavano (capo paranza e caporali) erano ubriachi o sotto effetti di strane pozioni. E, tale situazione va estesa al comitato, che era composto soprattutto da mogli, fidanzate e figli; e a tantissimi parenti, amici, conoscenti ed ex-allievi impegnati durante la stessa giornata con i restanti Gigli e con la Barca. Il riscontro di tutto ciò è offerto da due semplici considerazioni:
1) come avrebbe mai potuto un uomo ubriaco comandare o portare un giglio?
2) Come avrebbe un uomo, che aveva intenzione di assumere stupefacenti, mai potuto pensare di fissare appuntamenti di lavoro il giorno dopo la festa? E vi assicuro che il giorno dopo, tanti, sebbene stanchi, si sforzavano di compiere il proprio dovere di padri e di lavoratori.
In effetti, a pensarci bene in tanti eravamo ubriachi: ma di stanchezza accumulata e di volontà ferrea di portare a compimento una "promessa" fatta ad un "Amico": di festeggiarlo degnamente e con grande affetto.


Il vero spirito della festa è davvero finito?
Riguardo a quest'ultimo punto, vi lascio riflettere solo su questa testimonianza del tutto personale:
la mattina, alle prime alzate, accanto al mio "varriello" c'era uno dei miei fratelli con i due figli: rispettivamente di 5 anni e 6 anni. Poco distante, mia madre, di 76 anni con una delle mie cognate. Il pomeriggio, mentre giravamo presso il Vescovato ('a Caparossa), in quel momento non collavo, accanto a me erano due giovani fidanzati e poco distante c'era una giovane mamma col passeggino. Arrivati nella piazzetta del Salvatore (uno dei punti nevralgici per le paranze), c'era mio cugino, il quale, addormentata la piccola figlia e lasciata a casa la moglie, era venuto per trascorrere un'oretta con i cugini che "cullavano". Infine, giunti 'o palazz' a Catena (presso il famigerato vic' e Piciocch'), ho scorto mogli e figlioletti di alcuni dei caporali.
Credo che ognuno di noi possa arricchire questo quadro di affetti con proprie esperienze di quelle ore.
A questo punto vi chiedo di riflettere, se lo spirito della "Festa" sia effettivamente spento, o se stiamo permettendo al marcio di prendere il sopravvento!

Pertanto, è necessario, ora, che ciascuno di noi, facendo ricorso alle "qualità" che nostro Signore ci ha donato, contribuisca a salvare quanto i nostri padri ci hanno saputo trasmettere, cosí come credo traspaia da questa breve annotazione.


dott. Prof. Archeologo
Francesco Napolitano.
domenica 1 luglio 2012 - 14:21
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