Il ministro Orlando: «A Napoli il Pd sarà competitivo solo con il ricambio generazionale»

De Magistris candidato sindaco già in fuga? Napoli «derenzizzata» al punto che il Pd, pur in cima alla classifica delle intenzioni di voto, deve sentire il fiato sul collo di tutti gli altri partiti? Il ministro della Giustizia Andrea Orlando non è sorpreso né preoccupato dai risultati del sondaggio elaborato da Euromedia per il Mattino: «Il Pd - rimarca - non ha ancora il suo candidato in campo, in questo momento l’effetto ottico, accentuato anche dal fatto che sino a qui solo Valeria Valente lo ha contrastato, fa apparire de Magistris in corsa da solo». La vera sfida si aprirà insomma dopo le primarie, quando tutto il Pd sarà chiamato a mobilitarsi intorno al nome vincente, sottolinea Orlando, che da ex commissario della segreteria napoletana continua a seguire da vicino le vicende tormentate del partito di via Toledo.

Senza però mai distogliere lo sguardo dal dibattito politico più generale, concentrato ancora sulla legge che regola le unioni civili. «Una buona legge - ribadisce Orlando - che renderà la società più coesa, come sempre accade quando si rafforzano i diritti». E assicura: «Riformeremo la legge sulle adozioni».

Ministro, il sondaggio Euromedia dice con chiarezza che cinque anni dopo il suicidio politico che aprì la strada a de Magistris il Pd parte ancora all’inseguimento. Sono stati cinque anni sprecati? Ha ragione chi, come Saviano, dice che per il Nazareno Napoli è già persa, una specie di buco nero incomprensibile e dunque lasciato al suo destino?
«A Napoli siamo in piena corsa, una corsa difficile ma che possiamo vincere. Qui avevamo il problema di ricostruire una nuova classe dirigente e chiudere con conflittualità ereditate da altre stagioni. Un passaggio non realizzato nel 2011, ma che oggi è certamente possibile. Non esistono realtà abbandonate al proprio destino. A Napoli c’è una campagna per le primarie in corso, ci sono candidati credibili sui quali i nostri elettori sono chiamati a esprimere un giudizio».

I principali candidati alle primarie, Antonio Bassolino e Valeria Valente, sembrano però in affanno rispetto al sindaco uscente: de Magistris ha già un «tesoretto» pari al 40% dei voti, ed è addirittura indicato come il possibile sindaco della svolta dal 35% degli elettori del centrosinistra. Se lo aspettava?
«Mi sembra tutto abbastanza fisiologico. Quando ci sarà il candidato uscito dalle primarie i rapporti di forza cambieranno e de Magistris sarà ridimensionato dalla stessa competizione. Al momento il Pd è concentrato in un confronto nel proprio perimetro e l’elettorato non percepisce pienamente la competitività dei nostri candidati rispetto al sindaco uscente. Per molti napoletani l’immagine del Pd coincide con l’istantanea scattata dopo le primarie 2011. Possiamo cancellare quell’immagine».

Non le sembra invece che il Pd, perso nelle dispute interne, finisca per sottovalutare l’avversario?
«Purtroppo spesso succede che il vero nemico del Pd sia il Pd stesso. A Napoli è già accaduto, e se c’è una cosa che temo fortemente è che finiamo immersi nella sindrome del giorno della marmotta, come racconta quel film nel quale ogni mattina ricomincia la stessa giornata. Il Pd a Napoli deve fare questo salto, deve andare avanti ed è per questo che personalmente appoggio la candidatura di Valeria Valente. Considero l’affermazione della sua figura, come quella di altri della sua generazione, il passaggio necessario per voltare pagina».

Valente che, secondo il nostro sondaggio, nel confronto diretto con Bassolino appare sempre vincente. Per qualcuno è una sorpresa. Per lei?
«Per me è un segnale importante. Bassolino, che non ho mai né sottovalutato né demonizzato neppure quando andava di moda farlo, ha una rete fitta di relazioni da lui costruite direttamente per vent’anni, ha ovviamente una maggiore notorietà, ha cominciato la sua campagna elettorale con un anno d’anticipo. Nonostante questo non sfonda. Significa che quella rottura generazionale di cui il partito napoletano ha un bisogno vitale può finalmente realizzarsi. Superiamo la sindrome della marmotta, appunto».

Però la Valente è politicamente figlia di Bassolino. Insomma la rottura sarebbe generazionale ma non davvero politica: un argomento che nel presumibile scontro per San Giacomo potrebbe far comodo a de Magistris, non crede? Non pensa che proprio questa solo apparente discontinuità basti a spiegare il vantaggio attuale del sindaco?
«La Valente ha espresso parole chiare sull’esaurimento di quella fase. Siamo tutti figli di qualcuno. La sfida sta nella capacità di superare l’esperienza dei genitori senza restare figli in eterno. Non è un caso che attorno a Bassolino si siano attestate persone che hanno partecipato generosamente alla sua esperienza dell’epoca: Bossa, Paolucci, Santangelo, Marone. La sensazione è che si voglia calare tal quale l’esperienza di governo degli anni ‘90 nel contesto attuale, più di vent’anni dopo: la diffidenza dei napoletani mi sembra comprensibile».

Ma la necessità del salto generazionale non è stata invocata quando si è trattato di sostenere la candidatura di De Luca alla Regione. Perché su Bassolino pesa invece questo pregiudizio?
«L’esperienza di governo di De Luca, in qualche modo, non si era mai interrotta, sia pure in un contesto più piccolo e più facile. La stagione di Bassolino, invece, si è conclusa con l’elezione di Caldoro alla Regione, di Cesaro alla Provincia, di De Magistris al Comune. Su Bassolino pesa un onere, quello di fare politicamente i conti con le ragioni di quelle sconfitte. Un passaggio importante però mai avvenuto».

Di fronte a distanze così incolmabili, ad antichi rancori che non si spengono, a contrasti e rivalse personali non le viene il dubbio che avesse ragione chi le primarie a Napoli voleva evitarle? Quale Pd sarà quello che si ritroverà a fare i conti con il risultato del 6 marzo?
«Dal 6 marzo tutto il partito dovrà compattarsi intorno al candidato vincente, ed è lì che vedremo se la sindrome della marmotta è stata superata, se il Pd avrà imparato a non essere più il nemico di se stesso. Ma queste primarie sono necessarie perché non ci si doveva rassegnare all’idea che a Napoli non si possono fare. E poi perché è vitale che il cambio di profilo del Pd non arrivi da una operazione studiata a tavolino. Valeria Valente aveva i numeri per candidarsi senza questo passaggio: non l’ha voluto fare perché è giusto che una fase si apra e l’altra si chiuda in una dimensione collettiva e trasparente, non in un ambito riservato. Ed è importante anche che tutto avvenga nel pieno di una dimensione politica, senza ricorsi a personaggi della società civile».

Nella competizione più importante, quella di giugno, il Pd rischia di vivere un’altra sindrome: quella della solitudine. Sel si è schierata con De Magistris, i centristi non sembrano intenzionati a replicare il modello romano delle grandi intese. Quanto peserà questo dato sull’esito finale della competizione?
«Se il Pd crede a se stesso ha tutte le condizioni per non restare in solitudine. Io non credo che tutta la sinistra, anche quella che non si riconosce nel Pd, possa farsi incantare dalle venature populiste di De Magistris. C’è una sinistra che non ama populismi e demagogie, con la quale il candidato che uscirà dalle primarie dovrà costruire una interlocuzione valida. E lo stesso farà con l’elettorato moderato, non tutto attratto dalle proposte del centrodestra».

Dialogo a tutto campo, voti pescati a seconda di necessità e convenienze un po’ a destra un po’ a sinistra: a Napoli come a Roma, dove non si spegne la polemica sull’appoggio arrivato dai verdiniani in Senato, è questa la cifra del Pd renziano?
«No, questa si chiama politica delle alleanze ed è sempre stata praticata da tutte le forze politiche. A proposito delle unioni civili poi è una polemica che francamente non capisco. Si tende a dimenticare che la legislatura, dato il risultato elettorale, si è aperta all’insegna delle larghe intese, con il voto dell’area di Berlusconi che successivamente si è divisa. Dunque se su un provvedimento innovativo e progressista come quello sulle unioni civili arriva il voto favorevole della parte più laica del centrodestra, questo da una parte non lo considero un dato strutturale e dall’altro non vedo proprio come ne possa venire snaturata l’anima del Pd. Anzi il punto è tutto un altro: con il voto sulle unioni civili il Pd ha precisato meglio la sua identità».

Su un tema, però, che sembra aver più diviso che coinvolto gli italiani.
«Abbiamo fatto una buona legge, capace di rispondere alle richieste dell’Europa e di dare piena tutela ai diritti dei conviventi. E sono convinto che la sua applicazione è destinata a cambiare il senso comune e rompere pregiudizi: si vedrà che questa legge non rappresenta un attentato all’ordine sociale, così come la legge sul divorzio non ha distrutto ma invece ha dato autenticità al valore della famiglia e la 194 non ha trasformato l’aborto in un metodo contraccettivo ma ha solo ridotto se non eliminato la clandestinità».

L’ultimo colpo di piccone, quello delle adozioni gay, però non è arrivato: sarà ancora una volta la giurisprudenza a tracciare la strada, o il Parlamento riuscirà alla fine ad approvare la legge?
«Da ministro della Giustizia non mi permetto certo di orientare la giurisprudenza. Penso che un dibattito più avanzato e maturo consentirà alla politica di fare questo ulteriore passo. Perché è vero che i magistrati sono chiamati a colmare lacune, dove queste ci sono, alla luce dei cambiamenti sociali. Ma questo non può mai costituire un alibi per il legislatore».

Resta il fatto che la minoranza pd continua a premere per un chiarimento. Pensa che si arriverà al congresso anticipato chiesto dalle frange della sinistra?
«Bisogna distinguere. Cuperlo per esempio manifesta riserve di merito su cui è giusto riflettere. Da Speranza invece arrivano valutazioni che considero politicistiche. Lo capisco girando l’Italia, parlando con la gente: ho appena lasciato Cagliari dove ho incontrato gli studenti. Ho ascoltato critiche anche aspre sul contenuto della legge Cirinnà, ma nessuno, proprio nessuno ha posto il tema dei voti dati da Verdini».

Quindi?
«Quindi con tutto il rispetto, è legittimo mettersi in competizione con Renzi: ma si ingaggi la competizione sul merito, sui problemi che interessano gli italiani».
Domenica 28 Febbraio 2016, 12:02
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