Il carcere fantasma di Morcone
a pezzi l’«hotel» dei migranti

Il carcere fantasma di Morcone a pezzi l’«hotel» dei migranti
di Gigi Di Fiore-inviato
Mercoledì 24 Agosto 2016, 00:00
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Morcone Verde per il vetro, bianco per l’umido, blu per l’indifferenziata: i malandati cassonetti del Comune di Morcone sono circondati da sacchi condominiali pieni di «monnezza» di ogni tipo, ammassati al cancello elettrico sbarrato. Benvenuti all’ingresso dell’edificio verde e rosso che doveva diventare un carcere e che il prefetto di Benevento, Paola Galeone, ha individuato come sede ideale per farne un centro di accoglienza migranti. Il cancello, naturalmente, è chiuso, assicurato da una pesante catena bloccata da un lucchetto gigante. Copre anche il vano citofono giallo, che è ricettacolo di fili penzolanti. Come se non bastasse, c’è uno scavo sull’asfalto, colmo di acqua piovana torbida, da cui fuoriescono tubi di non si sa quale lavoro.
È lo spettacolo dell’abbandono, di uno dei 38 istituti di pena fantasma, segnalati dal censimento dell’associazione Antigone. Carceri finanziate, costruite e rimaste appese. Qui dovevano esserci celle per una cinquantina di detenuti e uffici per non meno di 150 agenti penitenziari. Quando, una trentina di anni fa, la struttura venne messa in cantiere, furono spesi ben 25 miliardi di lire. Il ministero della Giustizia voleva farne un carcere per detenuti al 41-bis. La gente protestò: Morcone, borgo medievale gioiello a ridosso del Molise, non voleva diventare meta di parenti e amici di pericolosi mafiosi. E così non se ne fece nulla: negli anni 90 del secolo scorso, il progetto si arenò e invece, quasi come contentino, nel 1998 arrivò il riconoscimento di città per questa località sannita, che è parte di un territorio, con Pontelandolfo, Casalduni, Cerreto, che fu teatro di vicende famose legate al brigantaggio post-unitario.

All’interno del carcere che è giù via del Riovivo, poco distante dal campo sportivo e di fronte un ridente campo di ulivi, dietro al cancello, c’è un ingresso massiccio con porta metallica chiusa che dà in un grande spiazzo da cui si accede alle celle. Tutto è abbandonato al degrado: un pannello di comandi elettrici è ricettacolo di ruggine e polvere. In un ufficio sono ammassate carte, di ignota provenienza. La palazzina visibile dall’esterno è a due piani, con finestre e ingressi a destra e sinistra con accesso da una rampa di scale. Cinque pali della luce, probabilmente destinati a rimanere spenti, danno sull’atrio sommerso da erbacce e da una «montagnella» di terra. Qui, in questa contrada denominata Piana, a valle del borgo storico, il carcere è semi nascosto. Dopo i detenuti, qualcuno pensò di destinarlo a sede di comunità per tossicodipendenti. Ma ancora una volta prevalsero le proteste. 
Racconta un morconese doc, di famiglia storica che arrivò qui in periodo medievale: «La nostra è una comunità tranquilla, qui i giovani sono stati costretti ad andare via per lavorare. In 20-30 anni, la popolazione si è dimezzata da diecimila abitanti a poco meno di cinquemila. E, nel centro storico, non vivono più di duemila persone». Quando, nel novembre del 2014, una delegazione delle Prefetture di Napoli e Benevento, con tecnici dell’Agenzia del Demanio e del Provveditorato interregionale delle opere pubbliche visitò il carcere mai nato per verificarne l’idoneità ad accogliere i migranti, si stimò una spesa per il recupero non inferiore al milione di euro. E ora spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Morcone, Marzio Cirelli: «Da tecnico, ho partecipato ai sopralluoghi. La decisione ci è calata dall’alto e non potevamo opporci. Quando ci hanno assicurato che la struttura sarebbe stata affidata poi in gestione al Comune anche dopo l’utilizzo per i migranti, ci siamo decisi a dare il nostro assenso. Una scelta sofferta, ma indispensabile».

Una scelta presa all’unanimità, ma nelle stime tecniche c’è chi ha calcolato tempi di recupero dell’edificio di almeno un anno. Certo, il carcere fantasma è messo maluccio. Di proprietà del ministero della Giustizia, affidato al Demanio, rimasto senza alcun ritocco da oltre vent’anni. La mini-discarica e lo scavo all’ingresso lo dimostrano, così come le sterpaglie ovunque. Un anno fa, nacque un gruppo locale, che si trasferì su Facebook e che protestava contro l’arrivo ipotizzato dei migranti: fu chiamato «Prima i morconesi». In un anno, non ha ottenuto più di 155 adesioni virtuali. E ora la gente, che nel borgo e nella piazza San Bernardino non si vede, attende. Qualche isolato mugugno, qualche lamentela sull’abbandono di un territorio dove, in poco tempo, sono spuntati, tra Casalduni e Pontelandolfo, orripilanti pale eoliche bianche ed altissime, ma nulla di più. Secondo il progetto del centro di accoglienza, qui potrebbero essere ospitati 80 migranti: 50 nell’area celle da riadattare e 30 nella parte che era destinata agli agenti penitenziari. Con 10mila metri quadri interni e 5mila di area verde, lo spazio c’è. Soldi pubblici gettati al vento. E chissà se, come e quando qui arriveranno gli immigrati in pianta stabile. Il silenzio che si avverte da piazza San Bernardino, con la veduta dell’invaso d’acqua all’orizzonte, è l’immagine della quiete di Morcone in attesa.
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