«Intrattenimento e informazione
un mix micidiale per la Rai»

di Gigi Di Fiore

  • 13
Giornalista, saggista, già consigliere di amministrazione della Rai e di Cinecittà, Marcello Veneziani è editorialista del quotidiano romano Il Tempo, dopo aver collaborato con il Giornale e Libero.
Veneziani, le polemiche investono di nuovo la Rai. Questa volta sulla trasmissione «Parliamone sabato» condotta da Paola Perego e il suo servizio sulle donne dell'Est preferite dagli italiani. Che ne pensa?
«Ancora una volta si ripropone un tema annoso in Rai, che riguarda la ragione vera del servizio pubblico televisivo. Un nodo irrisolto, da quando il mercato televisivo si è aperto alla concorrenza attualmente sempre più intraprendente e insidiosa».

È così difficile essere televisione e azienda pubblica, che deve assicurare un servizio di informazione e intrattenimento?
«È difficile voler fare televisione di servizio pubblico e insieme televisione commerciale di concorrenza sul mercato. Un'ambiguità, mai risolta. Io sono stato sempre sostenitore della necessità che la Rai faccia soprattutto servizio pubblico. Quando lo sostenevo in consiglio di amministrazione, venivo attaccato dai miei colleghi di sinistra».
Perché?
«Venivo accusato di volere, in questo modo, fare un favore a Berlusconi spogliando la Rai del suo potenziale di concorrenzialità sul mercato nei confronti delle televisioni Mediaset. Se si sosteneva l'inverso, c'era chi arrivava alla stessa conclusione sostenendo che la Rai si era appiattita alla filosofia televisiva commerciale berlusconiana».
Invece qual è la sua idea?
«Che differenziarsi dalle televisioni commerciali è indispensabile. Naturalmente, puntando su un servizio culturale pubblico che unisca l'informazione all'intrattenimento popolare, evitando di sfociare nel trash».
Perché tanti programmi vengono affidati a società esterne alla Rai, che li realizzano in autonomia?
«Perché l'affidamento all'esterno favorisce più intraprendenza e spesso viene dettato dal possesso di format presi da altri Paesi adattati all'Italia. Il ragionamento sul piano dell'audience è che se certi format funzionano in alcuni Paesi possono avere successo anche da noi».
Non si sviliscono, in questo modo, le potenzialità e le professionalità interne alla Rai?
«Sicuramente, ma le agenzie esterne spesso sono meno ingessate delle strutture Rai e possono garantire, in alcuni casi, più inventiva. Portano un modo di fare tv certamente più spregiudicato, con tutti i rischi connessi. E non sempre è vero che i format che vanno bene altrove possono funzionare in Italia. Questa è una logica aberrante, sul piano qualitativo che porta anche ad una certa colonizzazione e all'appiattimento culturale».
Come se ne esce?
«L'unica soluzione possibile è la diversificazione dell'offerta Rai, dividendo le reti in base agli obiettivi. Si potrebbero avere così programmi commerciali che, nella stessa azienda, convivono con programmi di rigore informativo e culturale. Una scommessa da avviare, definendo in maniera netta le caratteristiche e le identità delle reti con uno sbarramento al trash a favore di forme di intrattenimento popolare».
Un compromesso possibile?
«Sì, ma molto difficile. Soprattutto per problemi di organizzazione interna all'azienda. Eppure, poi alcuni risultati sono così scadenti che si è costretti a tornare a professionalità che tanto hanno dato in passato. Come, ad esempio, Pippo Baudo intrattenitore popolare che funziona sempre. È evidente che non è facile far accettare a chi lavora in una rete di adattarsi alla caratterizzazione nell'uno o nell'altro senso».
Insomma, troppe potenzialità bloccate, che danno spazio al proliferare delle agenzie esterne con i loro format acquistati in esclusiva da televisioni straniere?
«Sì, è proprio questo. Eppure, la Rai potrebbe tentare la sua scommessa di servizio pubblico con più onore. Il tentativo di differenziare le reti qualche mese fa è stato bocciato. E siamo, con l'ultima vicenda, alle polemiche e ai confronti di sempre».
Che conseguenze vede nelle polemiche di queste ore?
«La commistione tra intrattenimento e informazione in ambiguità, alla fine, fa perdere credibilità all'informazione della Rai. Si accomuna tutto ciò che si guarda, in assenza di una demarcazione precisa tra le reti sui contenuti e le finalità. Non si capisce più cosa è informazione e cosa intrattenimento. È l'effetto di quello che prima definivo un atteggiamento ingessato, e mai sciolto, della Rai».
Martedì 21 Marzo 2017, 08:49 - Ultimo aggiornamento: 21-03-2017 08:49




QUICKMAP