Mamma Ebe ci ricasca, «guarigioni» con pomate miracolose: denunciata

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Diceva che avrebbe guarito dall'infertilità una donna applicandole una pomata sul ventre. La polizia di Stato di Forlì Cesena, ha avviato nei mesi scorsi un’attività d’indagine relativa ad una segnalazione nei confronti della nota santona “Mamma Ebe”, al secolo Gigliola Giorgini, 83 anni, divenne famosa negli anni '80, quando furono aperte inchieste in varie parti d'Italia su di lei, che si era fatta la fama di santona e guaritrice. La sua vita ispirò, al regista Carlo Lizzani, il film omonimo, che venne poi presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985. Oggi la santona di Carpineta, la località sulle colline di Cesena, dover sorgeva il suo "tempio", è ritenuta responsabile di aver esercitato abusivamente la professione medica nei confronti di una giovane donna italiana costretta dal proprio marito a sottoporsi a diversi trattamenti mediante l’applicazione sul proprio ventre di una sostanza a suo dire dall’effetto miracoloso.
 

Pomata miracolosa. La donna, 37enne italiana, che aveva problemi di fertilità, era stata costretta dal marito, un professionista di 35 anni, a recarsi da "Mamma Ebe", interrompendo da un lato le proprie cure di medicina tradizionale, e dall´altro ad intraprendere delle cure della santona, consistenti nell´applicazione sul ventre di una pomata con la quale la donna avrebbe risolto i suoi problemi di infertilità. La donna, pur di non vedere sgretolare il proprio matrimonio, è stata costretta ad annullare tutte le pratiche mediche per procedere alla fecondazione assistita ed in ultimo anche a pratiche adottive. La santona, ha dunque iniziato a somministrarle una pomata, ritenuta capace di "sfiammare" le tube, che sin da subito le ha provocato una perdurante forma di irritazione cutanea e delle lesioni sul basso ventre ove veniva spalmata. La 37enne ha raccontato alla Polizia che tutto ebbe inizio alla fine del 2014, quando "Mamma Ebe", che voleva farsi chiamare "Gigliola", era stata finalmente scarcerata e dunque, secondo il marito, poteva curare il loro problema, ossia farli diventare genitori.

L´uomo affermava che la santona era stata incompresa dalla giustizia italiana e dall´opinione pubblica e che solo alla sua morte si sarebbero riconosciuti i suoi miracoli. La 37enne ha dunque raccontato di essersi sottoposta alle cure di "Gigliola" che nella prima seduta l´aveva visitata imponendole le mani sul ventre, diagnosticando un´infiammazione della tuba che sarebbe stata "aperta" e che avrebbe risolto con circa 5 trattamenti. Le volte successive si era sottoposta all´applicazione di una sostanza cremosa di colore arancione che le procurava una forte irritazione ma che non poteva rimuovere restando immobile per alcuni minuti ed in attesa che facesse "effetto" sotto il controllo diretto di "Mamma Ebe".

La vittima, resasi conto che ormai anche tutta la sua vita era "gestita" dalla santona, e che terminati i 5 trattamenti gliene vennero prescritti altri, prese la decisione, nel 2016 di separarsi dal marito dopo che per anni aveva subito contro la sua volontà, pratiche umilianti, dolorose, e snervanti, in virtù delle continue pressioni psicologiche del coniuge che in alcuni casi era anche arrivato a minacciarla e a maltrattarla, fino a farle perdere il lavoro, qualora non avesse continuato a frequentare "Mamma Ebe". Le indagini della Polizia di Stato hanno portato alla scoperta di questo "farmaco" che "Mamma Ebe" avrebbe applicato sul ventre della donna: si tratta di una pomata altamente pericolosa che se somministrata per usi non consentiti e in sovradosaggio comporta anche disturbi neurologici come convulsioni in neonati e bambini.

Non solo non deve essere utilizzata una dose superiore a quella raccomandata proprio per evitare facili reazioni e disturbi associati al farmaco, ma lo stesso risulta infiammabile e non deve essere assolutamente applicato su parti del corpo lese o già infiammate. Il suddetto farmaco era infatti indicato nei casi di distorsioni e lombaggini per alleviare dolori. La vittima ha raccontato che gli adepti di "Mamma Ebe" erano numerosi, così come accertato dai poliziotti nel corso di un controllo domiciliare. E´ emerso dunque che Giorgini Ebe ha continuato a svolgere questa sua attivita´ illecita nonostante fosse ai domiciliari dal dicembre 2014 per essere stata condannata in via definitiva ad anni 4 di reclusione per i reati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa e all´esercizio abusivo della professione medica.


La storia di Mamma Ebe. L'11 giugno 2010 viene di nuovo arrestata, insieme al marito e ad un collaboratore con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata all'esercizio abusivo della professione medica e alla truffa aggravata; notificati anche altri 14 provvedimenti cautelari a carico di adepti e collaboratori della donna. Infine, il 16 marzo 2016, la Corte di Cassazione conferma la sentenza definitiva alla pena di 6 anni di reclusione.

Le accuse. Mamma Ebe fu a più riprese posta sotto accusa dal 1980 al 1994: i suoi reati andavano dall'estorsione a poveri anziani malati con la promessa di una guarigione, alla persuasiva suggestione psicologica dei seguaci, spesso donne. La sua vita ispirò, al regista Carlo Lizzani, il film omonimo, che venne poi presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985. Nel film di Lizzani, Mamma Ebe era interpretata da Berta D. Dominguez.

Le inchieste. Molte le inchieste in varie parti d'Italia su di lei, che si era fatta la fama di santona e guaritrice, e il finto ordine religioso da lei stessa fondato. La sua fondazione non fu mai riconosciuta dalla Chiesa. Negli anni ottanta operò nella zona di San Baronto, poi Borgo d'Ale in provincia di Vercelli e quindi Roma e Carpineta.  Nella casa gestita dalla organizzazione (in Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna) si sarebbero consumati gravi abusi fisici e psichici, sotto forma di trattamenti medici e riti religiosi sui malati, ai quali sarebbe stato estorto denaro in cambio della promessa di guarigione.

La prima volta.  Denunciata la prima volta nel 1980 per sequestro del genitore di una ragazza che era entrata nel suo ordine, viene processata e condannata nel 1984, a Vercelli, per fatti avvenuti in una casa di riposo. A processo con lei andarono, tra gli altri, l'ex marito della donna, un parroco, un frate francescano e molti dei collaboratori nella gestione delle case. La condanna in primo grado a dieci anni e due mesi sarà poi ridotta a 6 anni in appello e resa definitiva dalla Cassazione nell'86. Riarrestata nel 2002 a Cesena e poi nel 2004. Condannata in primo grado a 7 anni dal tribunale di Forlì, in Toscana rinvio a giudizio il 2 ottobre 2009.
Martedì 20 Giugno 2017, 09:32 - Ultimo aggiornamento: 21-06-2017 14:41
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COMMENTA LA NOTIZIA
2 di 2 commenti presenti
2017-06-20 21:19:22
Sprovveduti è dir poco. Ignoranza,superstizione,creduloneria,stupidità meritano la giusta ricompensa:la truffa.
2017-06-20 15:23:05
la sorpresa non è lei,ma la gran messe di sprovveduti che riesce a sfruttare...

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