In gioco non c'è solo la riforma

di Massimo Adinolfi

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In una sola giornata accade questo: che a Napoli venga Matteo Renzi, alla Mostra d’Oltremare, a promuovere le ragioni del sì al referendum del 4 dicembre; che al teatro Sannazaro si riuniscano invece insieme, per le ragioni opposte, la sinistra del Pd, con Roberto Speranza e il sindaco di Napoli Luigi de Magistris; che nel complesso monumentale di Santa Chiara ci siano i Cinquestelle con Luigi Di Maio, Roberto Fico e tutti gli altri del Movimento; che all’Hotel Ramada faccia tappa il tour «No, grazie» di Giorgia Meloni; che, per finire, Gaetano Quagliariello e Guglielmo Vaccaro partano da Agropoli, città divenuta secondo i due parlamentari simbolo del voto clientelare a base di frittura di pesce, per arrivare a piedi (dicono) addirittura fino a Napoli.
Ce n’è per tutti i gusti. In realtà, fritture a parte, i gusti sono due, perché due sono le possibilità che il voto offre domenica: che la riforma passi o che invece venga bocciata dagli elettori. Poi, certo, saranno da valutare le percentuali dell’affluenza, le distanze fra i due schieramenti, e anche, con analisi di grana più sottile, la distribuzione del voto per fasce d’età, per grado di istruzione, per classi sociali e per distribuzione geografica. Ma nell’immediato il solo risultato che conti è il sì, oppure il no. E su questo risultato pesa in particolare l’elettorato meridionale, vista l’attenzione che i leader politici nazionali prestano a Napoli e alla Campania.

La quale attenzione è peraltro già segno di qualcos’altro, visto che il Sì manifesta tutto insieme in un solo luogo, ad ascoltare il premier; mentre le ragioni del No bisogna raccoglierle un po’ di qua e un po’ di là, perché su uno stesso palco tutti insieme non possono stare: Quagliariello e Di Maio, De Magistris e la Meloni. 
È stato in effetti uno dei temi della campagna elettorale, che soprattutto in queste battute finali ha accentuato ancora di più il suo valore politico. Il Sì significa indubbiamente continuità del progetto incarnato anzitutto da Matteo Renzi, anche se è da vedere se questa continuità riguarderà comunque il suo governo e la legislatura: in caso di vittoria, Renzi potrebbe infatti essere tentato dall’andare subito alle elezioni politiche generali, per tradurre in una più omogenea maggioranza parlamentare un evidente successo personale. Il No significa invece brusca interruzione di questo progetto, e però poco altro, perché è tutt’altro che chiaro che cosa potrebbe accadere dal giorno dopo, persino nell’ipotesi alquanto improbabile che Renzi, volente o nolente, rimanesse al governo anche solo per fare una nuova legge elettorale.

Se però si allarga l’orizzonte oltre le ventiquattrore successive, oltre il breve periodo, si possono vedere con chiarezza, proprio grazie alla lente d’ingrandimento di una giornata come quella di ieri, alcune conseguenze di più vasto momento. Scavallato il 4 dicembre, le forze politiche non rimarranno le stesse. La minoranza del Pd si affanna a ripetere che nessuna scissione è all’orizzonte, ma intanto sale sullo stesso palco con il Sindaco arancione, e ripete anche, con toni allarmati, che il Sì significa lo snaturamento dell’idea originaria del partito democratico, il tradimento della sua carta dei valori, e insomma la nascita del partito della nazione. Nel centrodestra, l’imbuto del voto ha già fatto precipitare a terra la stella di Parisi, riportato sulla scena Berlusconi e risvegliato persino Umberto Bossi: sono tutti segnali di uno scenario in forte movimento, di un profilo politico ancora ricercato e da trovare, scegliendo presumibilmente fra un abito di taglio europeo, moderato e riformistico, e quello più stazzonato, più nazionalista, populista e con venature antisistema. È probabile che tanto per il centrodestra quanto per il centrosinistra il solo appuntamento di domenica prossima non basti, per sciogliere tutti questi nodi.


Ma c’è un altro nodo ancora, che è, se possibile, ancor più aggrovigliato. Cosa ha prodotto una campagna elettorale lunga come quella che solo oggi volge al termine? Una ripoliticizzazione del Paese, chiamato a scelte fondamentali? È lecito dubitarne. Basta trascorrere, come mi è capitato ieri, una mattinata in fila allo sportello di una ASL. Dopo mesi in cui mi è sembrato non si parlasse d’altro, ho potuto constatare che in realtà si parla quasi soltanto d’altro. È per certi versi salutare che sia così, perché la vita scorre anche altrove (per fortuna), ma è anche, al contempo, preoccupante. Certo non bisogna trarne la conclusione, dal sapore vagamente elitista (o francamente classista, come si sarebbe detto una volta), che temi come l’assetto istituzionale della Repubblica non possono interessare e non debbono riguardare il cittadino comune. Ma proprio questo è il timore: che certe discussioni scorrano ormai dentro nicchie comunicative ben circoscritte, e che dunque i termini del confronto pubblico non si siano negli anni ampliati senza essersi anche segmentati, frazionati, di modo che è sempre più difficile la costruzione di un ‘luogo comune’ in cui gli abitanti delle diverse nicchie si trovino finalmente insieme. Per cui c’è l’Hotel Ramada, c’è Santa Chiara e c’è la Mostra d’Oltremare, certo: ma più grande di tutti questi luoghi, e sempre più difficile da raggiungere e da rappresentare, c’è la città. Non solo il ventre di Napoli, ma proprio la città nella sua interezza, in tutti i suoi flussi, le sue reti, i suoi spazi. È un tema ovviamente molto più vasto di quello istituzionale, di cui parla la riforma. Che può perciò essere una risposta, ma meglio si direbbe: solo l’inizio di una risposta. Oltre al funzionamento della democrazia, in gioco c’è infatti, dopo il 4 dicembre, qualcosa di più: il suo futuro e il suo senso. 




 
Giovedì 1 Dicembre 2016, 23:45 - Ultimo aggiornamento: 2 Dicembre, 08:07
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