Ue, frontiere chiuse per due anni per salvare Schengen: l'Italia rischia nuovi arrivi

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di Fabio Morabito

Sospensione fino a due anni. Come previsto, nel vertice ad Amsterdam dei ministri dell'Interno dei 28 Paesi dell'Unione europea, si è materializzata la proposta più estrema. Nessuno vuole - a parole - far saltare Schengen (l'accordo sulla libera circolazione delle persone), ma ieri è stato formalizzato l'invito, alla Commissione Ue, di «preparare le procedure per l'attivazione» per la proroga massima consentita, in casi eccezionali, di ripristino delle frontiere: due anni, appunto. Questo non significa che si intenda prorogare automaticamente i controlli (per ora, reintrodotti in sei Paesi: Danimarca, Francia, Germania, Austria, Norvegia e Svezia) ma che ne potrà avere facoltà, previo un paio di passaggi burocratici di comunicazione. Naturalmente, il refrain che riecheggia dal vertice è che questa richiesta è stata fatta «per salvare Schengen». Come tendere al massimo un elastico per evitare che si rompa.

I TRE MILIARDI PER ANKARA
La scelta di Amsterdam avviene mentre i dati sugli arrivi dei profughi sono in crescita drammatica. C'è un accordo con la Turchia, piuttosto controverso, per fermare quelli che sono chiamati burocraticamente “flussi migratori”. Controverso perché Ankara vorrebbe che i tre miliardi di euro offerti della Ue venissero rinnovati ogni anno, Bruxelles invece fa fatica perfino a ragionare in termini di una-tantum. Ma i dati su quanti hanno affrontato la traversata in mare dalla Turchia alla Grecia - nonostante il grande freddo di questi giorni - nelle prime settimane del 2016, parlano di 35mila migranti. Venti volte rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In questo quadro di incapacità di far fronte all'emergenza (sono stati ricollocati solo 331 migranti dei 160mila che si dovevano trasferire dall'Italia e dalla Grecia) sul vertice hanno fatto valere le loro ragioni Germania, Austria e Svezia, che da sole sentono il peso del 90% delle richieste d'asilo. Costringendo Atene - accusata di non essersi organizzata per fermare e identificare i migranti in arrivo - sul banco degli imputati. «Noi eserciteremo pressione sulla Grecia affinché faccia i suoi compiti» è infatti il commento del ministro dell'Interno tedesco Thomas de Maiziere, con una metafora da professore severo. L'Austria, con Johanna Mikl-Leitner, ribatte ruvida agli argomenti ateniesi di difficoltà nel pattugliare le tante isole: «La Grecia ha una delle più grandi flotte d'Europa. È un mito che il confine con la Turchia non può essere protetto».

Toni drammatici, anche sul tempo a disposizione. «Vedremo a che risultati si arriverà nelle prossime settimane. Vogliamo mantenere Schengen. Vogliamo soluzioni comuni europee, ma il tempo stringe», insiste De Maiziere, che difende le scelte prese, rimarcando però che «arrivano tardi». Al suo fianco, Johanna Mikl-Leitner sostiene che «Schengen è in bilico, e deve succedere qualcosa velocemente». La rappresentante di Vienna spiega: «Che Schengen stia saltando si vede in tante misure nazionali di alcuni stati membri, compresa l'Austria. Se la Grecia non si muove, molti stati membri ricorreranno a misure nazionali». Ma al di là delle forti critiche, ad Atene non è stato imposta - come pure si poteva temere - una “sospensione” dall'area Schengen.

IL FILO SPINATO
«Nessuno vuole buttare fuori la Grecia» avverte Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea. «Sospensione o esclusione di un Paese sono possibilità che non esistono» tiene il punto Natasha Bertaud, portavoce della Ue. «Schengen è salva per ora» tira le conclusioni sul vertice Angelino Alfano. Ma parla di «poche settimane» di tempo anche il ministro italiano: «A tutti quelli che credono che per l'Italia la soluzione sia chiudere Schengen, al di là dei principi generali, dico: ma si rendono conto o no che non possiamo mettere il filo spinato nel mar Mediterraneo o nell'Adriatico?».

Accanto al ruolo della Grecia (che è stata il parafulmine delle reprimende, in questo alleggerendo le critiche rivolte in altre occasioni all'Italia) Berlino insiste per blindare l'accordo con la Turchia, stanziando più fondi. La Germania, che non vuole fare una retromarcia clamorosa rispetto alla linea di accoglienza generosa di qualche mese fa, salverebbe anche l'immagine se la Turchia riuscisse a trattenere l'onda d'urto dei profughi. E ora si guarda anche alla Macedonia come linea di sbarramento fuori dall'Unione europea.
Martedì 26 Gennaio 2016, 08:14 - Ultimo aggiornamento: 27-01-2016 10:35



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