Francia, corsa dei candidati a sfidare gli jihadisti

di Marina Valensise

Dopo l’arresto martedì scorso a Marsiglia di due islamisti affiliati allo stato islamico, in procinto di preparare un attentato con uno dei candidati alla presidenziale, la sparatoria di ieri sera sugli Champs Elysées.

Sparatoria costata la vita a un agente di polizia e a un terrorista, si diffonde il panico a tre giorni dal primo turno delle presidenziali. Cui prodest? A chi giova? È la domanda che corre con malcelato cinismo sulla bocca di tutti. Qual è il candidato che può avvantaggiarsi se non dell'attentato, per ora sventato o in parte neutralizzato, dell'allerta continua e della minaccia che fomenta l'inquietudine dell'opinione pubblica, mentre la destabilizzazione investe il corso delle elezioni?

Chi ragiona a mente fredda distingue intanto tra bersagli, potenziali o reali, di attentati terroristi, e candidati passibili di conseguenza di ottenere in premio quel mezzo punto percentuale, necessario per qualificarsi per il secondo turno.

Fra i primi, ci sarebbe la candidata dell'estrema destra, Marine Le Pen, esponente del Fronte nazionale. La signora ha improntato tutta la sua campagna sulla sicurezza, sulla lotta al fanatismo islamico, sull'offensiva antiterroristica a tolleranza zero «Con me al potere non ci sarebbe stato il Bataclan», predica da giorni la rappresentante della destra xenofoba e nazionalista, che sogna il blocco delle frontiere, l'uscita dall'euro, il ritorno al sovranismo di stampo gollista.
«I terroristi schedati S sarebbero stato espulsi su due piedi e se binazionali privati subito della cittadinanza». Eppure non sembra essere lei il bersaglio dei jihaidsti. I terroristi arrestati a Marsiglia pare mirassero a François Fillon, candidato della destra moderata, che ha rifiutato il giubbotto antiproiettile, ed è stato funestato da un'inchiesta della magistratura con l'accusa di abuso di potere e corruzione per aver remunerato moglie e figli col danaro pubblico (ma la legge francese non vieta a un deputato di arruolare in famiglia i suoi assistenti parlamentari) e rimasto in lizza nonostante l'accerchiamento mediatico.

In settembre, Fillon ha pubblicato un saggio dal titolo «Vincere il totalitarismo islamico», in cui denunciava senza remore l'integralismo islamico e il lassismo nei confronti dello stesso. Inoltre, cattolico praticante, esponente della Francia tradizionalista e borghese, Fillon è vicino al movimento «Sens commun», che ha mandato in piazza migliaia di persone per protestare contro la legge sul matrimonio gay. 

Dunque, potrebbe essere lui non solo il bersaglio privilegiato del terrorismo jihadista anticristiano e antioccidentale, ma il principale beneficiario del recente clima di tensione. Non per niente, in queste ora rimbalza nel Tout Paris la notizia del crescente ottimismo nel campo della destra moderata: le intenzioni di voto pro Fillon pare siano in aumento, anche se dissimulate, perché l'elettore si vergogna di dichiarare che voterà per un inquisito.
E poi c'è Emmanuel Macron, il globalista, liberale, il progressita riformatore, paladino della Francia dei diritti umani, pronto a parlare con la Russia, ma non ad accettare i campi di reclusione per gli omossessuali in Cecenia. È il candidato dell'apertura, dell'inclusione, del «ma anche»: si è rifiutato di sospendere un attivista musulmano del suo movimento, pur riconoscendo che era un tipo radicale. Sul velo e sul burkini sembra possibilista, non infierisce sui segni di appartenenza religiosa, e in fatto di laicità si professa moderato, col rischio di ricevere gli strali di Marine Le Pen.

Pur non essendo il bersaglio privilegiato di attentati a sfondo islamico, anche Macron potrebbe finire di beneficare dell'apprensione di queste ore. È l'unico candidato che vuol essere conciliante, che cerca di rassicurare l'elettorato senza fughe in avanti né salti nel vuoto. Adesso anche lui ha iniziato a parlare di identità nazionale, di cultura, di patriottismo, come se volesse scongiurare fuori tempo massimo la concorrenza a sinistra di Jean Luch Mélenchon, il tribuno della plebe dalla retorica smagliante, candidato della Francia indomita, che sogna un'alleanza alla Bolivar, la fine della Quinta repubblica, un referendum e un'assemblea costituente per instaurare una democrazia parlamentare e plebiscitaria. Tutto molto utopico, insomma. Un po' troppo, persino per i jihadisti islamici.
Venerdì 21 Aprile 2017, 08:14
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