Intervista esclusiva al giudice Esposito:
«Berlusconi condannato perché sapeva»

Il presidente della sezione feriale della Corte di Cassazione spiega la sentenza: l'ex premier era a conoscenza del reato
di Antonio Manzo
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Aveva già giudicato Berlusconi, imputato con Craxi, nel processo All Iberian. E poi, ancora, Cesare Previti, nel processo della corruzione dei giudici per il lodo Mondadori, la costola penale di una partita civilistica finita con la condanna di Berlusconi a risarcire De Benedetti.

Ma Antonio Esposito, settantuno anni, presidente della sezione feriale della Corte di Cassazione che giovedì scorso ha letto la sentenza di condanna per Silvio Berlusconi, stavolta non è passato inosservato. Anzi, è diventato il giudice simbolo di un Paese diviso. C’è chi lo etichetta come il magistrato del pregiudizio. E chi, invece, lo descrive come un giudice sereno che non si è mai lasciato condizionare né dai nomi e cognomi degli imputati, né dalle inchieste e dai processi. Fin da quando, pretore in un paese del Cilento, Sapri, dovette subìre l’incendio della Pretura per aver mandato in carcere amministratori e speculatori che assalivano con il cemento le coste tirreniche. Oppure quando, per le sue inchieste agli inizi degli anni Ottanta, fu al centro di indagini ministeriali dalle quali poi è uscito del tutto indenne. «Solo colpevole di aver fatto sempre il mio dovere» ricorda lui. Oggi è il magistrato conosciuto in tutto il mondo. Lui con la toga che legge la sentenza e, nel giro di un minuto, fa esultare e poi deprimere il popolo del Cavaliere quando pronuncia le prime righe del dispositivo: comincia con l’«annullamento» della sentenza, ma è riferito solo alle condanne accessorie e, immediatamente dopo, prosegue leggendo l’ultima parte del dispositivo: «Rigetto del ricorso». E, quindi, la condanna per il Cavaliere.

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Antonio Esposito è di nuovo nel suo ufficio in Cassazione. Passo svelto, con la borsa. Nessuna scorta. È erede di una famiglia di giuristi, fratello dell’ex pg della Cassazione, Vitaliano, ma anche padre di un pm milanese, Ferdinando, fotografato, tempo fa, in un bar con Nicole Minetti e, naturalmente, finito nel mirino di chi divide il mondo in berlusconiani e antiberlusconiani anche al caffè.

Il Pdl dice: la Cassazione è sempre così lenta, stavolta ha fatto tutto in fretta. Perché è stata così rapida nella fissazione dell’udienza per il processo Mediaset-Berlusconi?
«C’è un principio generale che attiene allo spirito della formazione della sezione feriale della Corte di Cassazione. Questo collegio di giudici, che poi muta nel corso dei mesi estivi, serve ad evitare che i processi subiscano la condanna del tempo con la prescrizione oppure, altro esempio, quando i termini di custodia cautelare possono decadere».
Quindi, atto dovuto per qualsiasi processo che in periodo feriale arriva in Cassazione con il pericolo della prescrizione?
«Esatto, atto dovuto per qualunque processo con qualunque imputato».
E nel processo Berlusconi-Mediaset?
«C’era l’indicazione dell’ufficio esame preliminare dei ricorsi - cosiddetto ufficio spoglio - della terza sezione penale della Cassazione, secondo il quale la prescrizione sarebbe scattata il primo agosto. E, quindi, a me come presidente della sezione feriale non restava altro che fissare la data in tempo non utile ma utilissimo e ravvicinato onde evitare la prescrizione».
Solo sul processo Mediaset-Berlusconi c’era il pericolo della prescrizione?
«Assolutamente no. Il processo Berlusconi si prescriveva il primo agosto. C’erano processi che si sarebbero prescritti il 30 luglio, il 31 luglio e il 4 agosto. Anche per quelli c’era il rischio prescrizione, bisognava afferrarli per i capelli. Così abbiamo fatto».
Quanti processi arrivano mediamente alla sezione feriale della Cassazione?
«A getto continuo. Ne sono stati già fissati 140-150».
Come viene composta la sezione feriale?
«È il primo presidente della Cassazione che, dopo aver acquisito la disponibilità di due-tre magistrati per ogni sezione, compone i collegi. Per il 2013 i collegi sono stati istituiti con decreti del 23 maggio scorso. Io finisco domani (oggi per chi legge). Nei prossimi giorni subentreranno altri presidenti, i colleghi Marasca e Siotto».
È vero che lei era d’accordo alla pubblicità integrale, in diretta, delle udienze del processo Mediaset-Berlusconi?
«Sì, lo ero per un processo di meritevole rilevanza sociale. Di qui, l’autorizzazione per la pubblicità delle udienze. Ma ho dovuto cambiare idea di fronte alla richiesta di 32-33 emittenti televisive, da quelle nazionali a quelle internazionali. C’erano richieste della Cnn, di una tv belga, di tre tv tedesche, una tv giapponese, mi pare anche una araba. Avremmo potuto determinare un oggettivo turbamento allo svolgimento delle udienze. E non era giusto, per la doverosa serenità che bisogna assicurare ad ogni processo, ad ogni imputato oltre che ai magistrati che avrebbero dovuto giudicare».
Eravate consapevoli della importante dirompenza del processo, come aveva anche detto alla vigilia lo stesso capo dello Stato?
«L’autorevolezza delle parole del capo dello Stato andavano nel segno della richiesta di un supplemento di serenità e imparzialità che ogni giudice, in qualsiasi processo, deve osservare e fare osservare».
Perché sette ore di camera di consiglio?
«Non posso svelare quel che è segreto».
Ci potrà dire se avete almeno fatto qualche pausa...
«Sì, per consumare un panino».
Ma si renderà conto della lunghezza del tempo.
«Certamente. Il tempo che abbiamo dovuto impiegare è la conseguenza delle dimensioni della discussione dei motivi con i quali era stato chiesto l’annullamento del processo, 47 motivi solo per Berlusconi. Per un totale di una novantina, comprensivi anche di quelli sollevati dai difensori degli altri imputati».
Avete discusso motivo per motivo in camera di consiglio?
«In camera di consiglio, sempre e comunque come prescrive l’articolo 606 del codice di procedura penale, la Corte valuta preliminarmente motivi che potrebbero determinare nullità processuali, ad esempio se è stato notificato o meno un atto, poi la inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche. E ancora, inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza. Fino alla valutazione della eventuale mancata assunzione di una prova decisiva, o mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione».
Ci sono state indiscrezioni secondo le quali all’interno della camera di consiglio vi sarebbe stata una divisione tra una linea morbida, rappresentata dal giudice relatore, e una linea dura interpretata da lei.
«Assolutamente non posso rispondere».
Ma la sua persona è finita nel mirino delle polemiche, con accuse di pregiudiziale ostilità nei confronti degli imputati. Perfino con l’aver anticipato, anni fa, sentenze, oltre che giudizi, contrari a Berlusconi.
«Polemiche registrate alla vigilia, oltre che dopo la sentenza. Non rispondo, perché chiederò ad altre sedi la tutela della mia onorabilità».
Lasciamo in un angolo le polemiche. Può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato «non poteva non sapere»?
«Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza».
Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?
«Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere».
Dopo la sentenza il presidente Napolitano ha detto: le sentenze si rispettano ed ora bisogna riformare la giustizia.
«Le parole del capo dello Stato sono sempre di saggezza istituzionale e rigore costituzionale. Soprattutto quando i giudici procedono avendo come riferimento la sacralità di uno dei principi della Costituzione: tutti siamo eguali davanti alla legge».
Lei ha fatto molti processi in Cassazione, da quello sull’attentato all’Addaura ai più importanti processi della Tangentopoli milanese e nazionale. Quale ricorda con maggiore memoria?
«Quello per il fallito attentato a Giovanni Falcone. Una inchiesta ed un processo che si trasformò anche in un infame linciaggio al giudice-eroe. All’Addaura, prim’ancora di Capaci, volevano ammazzare Falcone con un ordigno potentissimo sistemato sulla spiaggia: avrebbe potuto colpire in un raggio di 60 metri. L’amarezza è che in quei giorni, ed anche nelle fasi processuali, ci furono personaggi delle istituzioni che sostenevano che l’attentato fosse una simulazione. Nella sentenza censurammo con parole forti questi depistaggi, in un fatto gravissimo che avrebbe dovuto portare anticipatamente alla morte Giovanni Falcone. Non è stato mai spiegato il motivo per il quale un artificiere chiamato sul luogo dell’attentato alle 7,30 del mattino arrivò alle 11,30».
C’è chi è tornato a sostenere in queste ore: aboliamo la Cassazione come ultimo grado di giudizio.
«La Cassazione serve. Anzi, come non mai. È l’ultimo grado di legittimità come prescrive l’articolo 111 della Costituzione. È una garanzia per il cittadino, un sacrosanto suo diritto per la tutela di un giusto processo e l’affermazione dei principi di legalità».
martedì 6 agosto 2013 - 09:22
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