Giordano: «Carcinoma polmonare,
nuove cure con l'immunoterapia»

«Il carcinoma polmonare a piccole cellule (Sclc) è caratterizzato da una moltitudine di alterazioni, per effetto dell'esposizione a una miriade di sostanze cancerogene contenute nel fumo di sigaretta, che legano e mutano il Dna. Queste alterazioni interessano numerosi geni e, alcuni, sono bersagli terapeutici evidenti. Anche se non abbiamo ancora identificato i responsabili per lo sviluppo e la progressione della malattia, siamo infatti in grado di affrontare questo tipo di cancro e tentare approcci più mirati, grazie alle nuove tecnologie genetiche (hight- troughput), che consentono l’analisi, l’identificazione e la sperimentazione di nuovi efficaci farmaci». Lo afferma Antonio Giordano, direttore dell'Istituto Sbarro per la ricerca sul cancro e per la medicina molecolare, anche Centro di Biotecnologie, della Temple University, che insegna anche all'Università di Siena.  

«Il 20 per cento dei pazienti con Sclc - aggiunge il medico - presenta alterazioni nell'ambito della famiglia del gene MYC e un sottogruppo è sensibile a una chinasi oncogenica "a valle nel pathway MYC", che consente una migliore progettazione dei cosiddetti biomarker-driven per studi clinici». Non solo: «Con la malattia sono stati trovati sovraespressi PARP1 e Notch. Ciò significa che la valutazione di questi inibitori, sia come singoli agenti, sia in combinazione con la chemioterapia, può rivelarsi utile: difatti negli Stati Uniti è stato autorizzato l'uso del tarextumab, un inibitore selettivo di Notch per il trattamento Sclc».

Un altro problema nel carcinoma polmonare a piccole cellule è dovuto alla perdita di due geni oncosoppressori cruciali, denominati RB e TP53, di cui è difficile ripristinare la funzione. «Anche se impegnativo, stiamo cercando di sviluppare strategie in questo senso nel mio laboratorio», prosegue Giordano, che precisa che l'immunoterapia è comunque già utilizzata «in modo significativo nella terapia contro il cancro ed è in corso la valutazione nell'ambito di numerosi studi clinici, dalla cura del melanoma metastatico al tumore al polmone a non piccole cellule (Nsclc), al carcinoma renale. Già testati due agenti, il nivolumab e l'ipilimumab - due farmaci costituiti da anticorpi monoclonali che agiscono attraverso l'inibizione diretta rispettivamente di CTLA4 e PD1, che sono essenziali regolatori negativi della funzione immunitaria antitumorale».

Il ricercatore aggiunge: «La Bristol-Myers Squibb (Bms) ha ottenuto l'indicazione National Comprehensive Cancer Network per l'uso di nivolumab e nivolumab insieme con ipilimumab per i pazienti con Sclc, in seguito alla pubblicazione su Lancet Oncology da parte di Antonia Scott che, con alcuni colleghi,  ha dimostrato l'efficacia della monoterapia nivolumab e nivolumab più ipilimumab, registrando un effetto antitumorale durevole e profili di sicurezza, nell'ambito della sperimentazione clinica. Inoltre, al congresso mondiale sul tumore al polmone sono stati presentati i dati sul pembrolizumab, un altro farmaco immunoterapico, un anticorpo terapeutico contro PD1, già approvato per altre malattie, che ha mostrato una buona efficacia, anche se i pazienti erano stati precedentemente selezionati per l'espressione di PDL1, PD1 e il suo recettore. L’immunoterapia può essere utile "in seconda linea". Tuttavia, alcuni criteri aggiuntivi devono essere analizzati attentamente. Ad esempio, è ancora in corso un dibattito con i colleghi sulle pause tra trattamenti e alcune combinazioni, come ad esempio nivolumab e l’ipilimumab, sembrano funzionare meglio, ma possono presentare come contronindicazione una maggiore tossicità». 
 
Alla fine, un paziente può richiedere di partecipare ad un sperimentazione clinica per i farmaci destinati a questi nuovi bersagli molecolari, o è ancora troppo presto? «Esistono programmi di accesso allargato per pembrolizumab. Sono in corso varie sperimentazioni cliniche. Ma l'immunoterapia per Sclc è ancora nelle fasi iniziali», conclude Giordano, che spiega: «Un farmaco da considerare è il teserine rovalptizuma. Si tratta del primo nel suo genere, costituito da un anticorpo monoclonale umanizzato contro DLL3 e una tossina. Inoltre, c'è una terza linea di sperimentazione che è guidata da un biomarker, ovvero si testa l'espressione DLL3 e i pazienti sono ammissibili se hanno un valore "alto" di DLL3».
 
 
Martedì 11 Aprile 2017, 15:53
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