Maria Pirro

Verso l'obbligo vaccini
per andare all'asilo

di Maria Pirro
L’obbligo di vaccinazione per far accedere i bimbi all’asilo nido e alle scuole materne? «Può servire, eccome. In linea di principio, sono contrario alle imposizioni di legge, ma noto che a qualcuno non interessa tutelare la salute dei figli degli altri. E allora, è giusto discuterne e intervenire da subito, affrontando le singole situazioni». Lo dice Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità nel giorno in cui il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva presentata da due famiglie contrarie al provvedimento adottato dal consiglio comunale di Trieste. 
Secondo i giudici, la tutela della salute dei più fragili deve prevalere sulle scelte delle famiglie: la tesi è sostenuta anche dai medici?
«Sicuramente, è condivisibile. Dal punto di vista scientifico, la presenza di bambini non vaccinati negli asili, dove ci sono anche bimbi che non possono vaccinarsi perché troppo piccoli, colpiti da immunodepressione o perché non rispondono ai farmaci, costituisce un grave problema. I più fragili rischiano».
Che cosa rischiano?
«Di essere infettati dai compagni che non si vaccinano con conseguenze a volte gravi, se non letali: un bimbo immunodepresso che ha contratto il morbillo l’altro giorno è morto in Portogallo. Riconoscere ai genitori la libertà di non vaccinare i propri figli non dovrebbe mettere a repentaglio la salute di altri bambini».
Ma quanto possono essere efficaci delibere adottate a macchia di leopardo...
«Questo è un problema nazionale. L’Italia è un paese con un sistema sanitario decentrato: difatti il piano vaccini è definito, ma spetta alle regioni attuarlo, e ognuna adotta soluzioni diverse e non sempre adeguate. Sul piano locale, però, alcune decisioni possono fare la differenza e non mi sento di biasimarle: un tentativo estremo di difesa può evitare quanto accaduto anni fa in Toscana, quando una bimba immunodepressa fu costretta a rischiare complicanze, vaccinandosi, pur di non lasciare la scuola, perché in classe c’erano tanti compagni non vaccinati. In certe situazioni bisogna pur difendere i più fragili».
Ma è impossibile intervenire ogni volta con tempestività. 
«Bisogna prendere in considerazione un provvedimento generale, se il buon senso non basta».
Che cosa propone?
«Credo che vada considerata questa necessità: che la vaccinazione sia un requisito per accedere all’asilo nido e alla scuola materna e, sicuramente, e credo sia giusto intervenire sin d’ora caso per caso».
Perché è decisivo raggiungere gli obiettivi di copertura vaccinale?
«È importante fare qualche distinguo. Per una malattia non trasmissibile come il tetano si ha solo una protezione individuale, ma per una malattia contagiosa come il morbillo l’immunità di gregge è decisiva per evitare le epidemie: l’85 per cento di copertura, il dato attuale, non si impedisce l’insorgere di migliaia di casi tant’è che gli Stati Uniti oggi raccomandano la profilassi prima di partire per l’Italia».
E invece, in Italia aumenta l’offerta gratuita, ma le vaccinazioni sono in calo. Come spiega tanta diffidenza?
«Da una scarsa percezione del rischio: i vaccini sono un po’ vittima del loro stesso successo. Si pensi alla difterite: grazie alla profilassi è quasi scomparsa in Italia, ma non nell’Europa dell’est. Sospendere la profilassi potrebbe comportare una rintroduzione della patologia. Motivazioni culturali e ideologiche contro i farmaci credo siano limitate».
C’è anche una responsabilità di medici nel flop delle vaccinazioni.
«Di medici, infermieri e ostetriche: diversi focolai di morbillo si sono verificati proprio tra gli operatori sanitari che non danno il buon esempio. Così, la popolazione è un po’ sconcertata e meno decisa».
È giusto, quindi, sanzionare i suoi colleghi che fanno campagna contro i vaccino?
«Se non agiscono secondo scienza e coscienza, sicuramente. E se ignorano l’utilità dei vaccini, che hanno eliminato poliomelite, vaiolo e altre pericolose malattie, che medici sono? Diverso è discutere le migliori strategie di intervento».
Un’infermiera è addirittura accusata di aver gettato le fiale. 
«Un comportamento anomalo e raro».
Altro tema discusso: la farmacovigilanza sui vaccini. Funziona o non funziona sempre come denunciato da Report?
«Ho visto la trasmissione e non capisco come mai non abbiano detto che qualsiasi cittadino può scaricare un modulo dal sito dell’Aifa (l’agenzia del farmaco) e notificare direttamente qualsiasi presunto effetto collaterale riscontrato al momento della vaccinazione anche senza il filtro del medico».
Ma funziona, questa vigilanza?
«Penso che stia andando a regime, naturalmente tutto è migliorabile».
Intanto, il nuovo calendario vaccinale adottato dal ministero della salute non è ancora operativo. O almeno, non lo è in tutte le regioni.
«Da cronoprogramma, servono tre anni per raggiungere le coperture ottimali. In alcune regioni c’è un problema di organizzazione, ma è importante che l’offerta sia gratuita già entro l’anno in tutta Italia: per una questione di equità, perché gli abitanti di una regione non siano avvantaggiati rispetto ad altri e che solo le famiglie benestanti possano permettersi vaccini utili come quello contro il meningococco b che causa la meningite».
Venerdì 21 Aprile 2017, 19:38
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