Luiss, la spinta del merito
«chiave del successo»

di Osvaldo De Paolini

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ROMA. Il concetto di meritocrazia è relativamente nuovo, venne introdotto nel 1958 da un giovane sociologo inglese esponente del partito laburista, tale Michael Young, che unì la parola di origine latina, merito, a quella di provenienza greca, crazia. Young pose così le basi per una nuova categoria della politica che negli anni a seguire si estenderà, quantomeno nelle intenzioni e sebbene troppo spesso abusata, a tutte le attività dell'uomo.

Ma se meritocrazia (che letteralmente significa potere del merito) è un concetto recente, non lo è però quello di merito, che ha invece una lunga e venerabile storia che si affaccia in filosofia con la tematica platonica del «governo dei migliori». Il merito, nella lingua italiana e secondo il dizionario dell'Enciclopedia Treccani, è «il diritto che con le proprie opere o le proprie qualità si è acquisito all'onore, alla stima, alla lode, al plauso, oppure a una ricompensa (materiale, morale e persino soprannaturale) in relazione e in proporzione al bene compiuto».
Proprio del «valore del merito» ieri mattina si è parlato all'Università Luiss durante la cerimonia di consegna della borsa di studio in ricordo di Loris D'Ambrosio, magistrato di grande valore che fu capo di gabinetto di quattro ministri della Giustizia e consigliere di due presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Non a caso accanto al rettore dell'ateneo, Paola Severino, e al presidente dell'Associazione Amici della Luiss, Francesco Gaetano Caltagirone, sedeva il presidente emerito Napolitano.

Nel ricordare che l'Associazione è dalla sua costituzione a fianco dell'università nel sostegno, nella promozione e nella diffusione di iniziative didattiche volte a favorire lo sviluppo di una moderna cultura manageriale ed imprenditoriale (fino a oggi 130 borse di studio erogate oltre al finanziamento di alcuni master post laurea), Caltagirone ha esordito ricordando la carriera di D'Ambrosio «basata interamente sul merito» e sottolineando che «solo attraverso il merito è possibile sconfiggere quel senso di sazietà generale che deriva da una cultura che ritiene non necessario essere competitivi e che quanto si ottiene sia un diritto e non il frutto del lavoro, del sacrificio e della capacità di fare». Viceversa, un sistema che non riconosce il merito è un sistema che invita ad aspettare che gli altri lavorino per noi. «Ma un sistema del genere regge - ha aggiunto Caltagirone - finché nove persone ne trainano una decima: purtroppo oggi siamo al punto che 4 persone devono trainare le altre 6». Ricordando che scopo delle borse, oltre che sostenere l'attività di ricerca, è riconoscere il merito nella speranza che il merito e non altre scorciatoie possano essere il criterio guida del futuro, sia esso di ricerca che di impresa, l'imprenditore si è detto «convinto che il successo che fonda sul merito è meno esposto ai rovesci di quello che fonda sulla fortuna».

Ed ecco la conclusione di Caltagirone: «Nella nostra società il merito non ha un completo riconoscimento. Molta della disaffezione che come imprenditore noto nei giovani che ereditano un'azienda, è perché se l'azienda diventa solo una fonte di profitto, se la vendono per poter vivere pacificamente negli agi. Un errore, l'azienda può dare molto di più: il merito e l'applauso». Un applauso, ha però concluso con una certa amarezza, che oggi «la nostra società non sa fare, perché non lo riconosce come valore. Gli antichi romani esaltavano il successo, più che l'arricchimento. Oggi il successo, anche quando è per meriti sul campo, spesso è denigrato perché si è persa la cultura del merito. Dobbiamo tornare a diffonderla».

Proprio dal valore del successo legato al merito ha preso avvio l'intervento del rettore Severino: «Dobbiamo rifondare il Paese sul valore del merito e del successo, perché solo il merito è in grado di creare quella concorrenza leale che è la base più autentica della legalità». E rispondendo implicitamente alle polemiche che di recente hanno velato il buon nome di alcuni atenei per la dinamica con la quale avvengono le nomine dei docenti, ha sottolineato: «In questa università il tema delle baronie è bandito, da noi la selezione sui docenti è fatta solo sui titoli».

«Parlando di merito - ha quindi ironizzato Napolitano dopo non pochi riferimenti alla figura straordinaria di un collaboratore unico come D'Ambrosio - userei qualche cautela, perché il concetto di meritocrazia, che spesso viene automatico parlando di merito, talvolta si fonde involontariamente con quello di burocrazia, ed è facile finire nel mirino del pubblico ludibrio anche quando si opera per il bene della comunità». Per Napolitano, che è presidente della speciale commissione che assegna le borse di studio targate Luiss, il valore del merito resta comunque il più alto, soprattutto in una fase come l'attuale nella quale l'Italia deve affrontare grandi sfide in Europa. «Senza professionalità non si va da nessuna parte - ha precisato - soprattutto la politica e soprattutto in questo momento ha bisogno di professionalità, senza delle quali non si governa. Senza elite non esisterebbe il mondo». A proposito del suffisso crazia, in chiusura di cerimonia il rettore Severino ha ricordato, a sua volta ironizzando, che anche la parola democrazia «finisce in crazia, ma di certo non può essere confusa con burocrazia o altro e noi tutti dobbiamo augurarci che non tramonti mai».
 
Venerdì 2 Dicembre 2016, 08:36 - Ultimo aggiornamento: 02-12-2016 10:27




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