«Il cinema napoletano? Movimento importante»

di Titta Fiore

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Inviato a Venezia

Un Leone per tutti. «The Shape of Water», la favola fantasy di Guillermo Del Toro che ha trionfato alla Mostra, ha messo d'accordo critica, giuria e spettatori. E il 15 febbraio arriverà nelle sale, a ridosso degli Oscar e quindi nel periodo di massima visibilità. Comunque vada, sarà un successo. Con un horror romantico la Mostra d'Arte Cinematografica incontra il grande pubblico. Un merito in più, al momento dei bilanci. Il direttore del festival Alberto Barbera e il presidente della Biennale Paolo Baratta, il giorno dopo, non nascondono la soddisfazione. Baratta snocciola tante cifre con il segno più: più biglietti venduti (14 per cento), più accrediti (20 per cento) e abbonati (15 per cento), un trionfo la Virtual Reality al Lazzaretto Vecchio (circa 4500 visitatori), per non parlare del riscontro sul web con i social media alle stelle, e dell'interesse di artisti e giornalisti stranieri per la sezione delle Arti Visive, «in un circolo virtuoso che giova all'immagine di Venezia città della cultura». Il verdetto di Bening & Co. rincuora Barbera: «Per una volta non dobbiamo affrontare polemiche distinguendo tra festival e sala». L'anno scorso, tanto per dire, vinse il filippino Lav Diaz con il fluviale «The Woman who Left», prezioso e noioso: mai uscito. Ma è acqua passata. Qesto Leone d'oro e gli altri premi sono stati assegnati «a larghissima maggioranza, con l'imbarazzo di dover scegliere tra tanti film belli e il dispiacere di doverne trascurare altri. Tutti i titoli sono stati presi in considerazione, se n'è discusso con serenità».
 


Anche di «Ammore e malavita», il musical crime-sceneggiata dei fratelli Manetti che ha fatto ridere, cantare e ballare tutto il Lido? «Anche. Metterlo in concorso è stata una scommessa vinta, il dubbio era che una storia così potesse essere compresa da un pubblico non italiano. Ma non è accaduto». Alla Mostra il cinema napoletano ha lasciato il segno. Non s'erano mai visti tanti film, e tanto diversi, espressione di un solo territorio e di una cultura. Che idea si è fatta, il direttore Barbera, di questa fioritura? «Ho l'impressione che il cinema italiano sia cambiato moltissimo. Sempre di più sta diventando regionale. Mi spiego meglio. Dalla nascita di Cinecittà, nel 1937, alla fine degli anni Novanta, il nostro cinema è stato romanocentrico. Poi certo, ogni tanto partivano le carovane dei set alla ricerca di sfondi esotici o di luoghi poco visti capaci di valorizzare il paesaggio culturale del Belpaese. Oggi, invece, il cinema si gestisce sempre meno a Roma. Grazie alle Film Commission e alle leggi regionali di settore si sta radicando altrove: Torino è stata una delle prime protagoniste del decentramento, seguita dalla Puglia, dal Trentino e ora c'è Napoli con la sua nuova legge di finanziamento regionale e con il suo movimento spontaneo di giovani di talento».
Animazione, denuncia, musical, commedia, dramma, azione, impegno: Barbera elenca titoli e generi presenti nel cartellone: «Finalmente la creatività partenopea ha trovato il modo di incanalare le proprie energie cinematografiche creando dei poli di eccellenza originali e autoctoni. L'altro vantaggio è dato dai costi: oggi il cinema si fa con poco.

Tutti questi fattori convergenti fanno sì che Napoli viva un momento di grande interesse e di prospettive brillanti. Il lavoro, la passione e la visionarietà dei singoli hanno messo in moto una macchina. Ora si tratta di farla correre». Ma non c'è pericolo che sull'onda di un successo di genere (l'action crime alla «Gomorra» ne è l'esempio più famoso) si finisca per cadere nel manierismo? A Venezia si è visto più di un film su Vele, Scampia e Terra dei fuochi... «È inevitabile che autori e produttori raccontino la realtà in cui vivono. Succede ovunque: le storie romane viste alla Mostra non erano tutte degrado e corruzione? La prima necessità è narrare il presente. Poi verrà il resto, verrà l'ambizione di affrontare temi non solo locali. Io sono fiducioso. Ragazzi giovani e brillanti come quelli che ho conosciuto per Venezia saranno i primi a rendersi conto che lo stereotipo ha il respiro corto. E cercheranno altro».
Guardandola dalla prospettiva del Lido, insomma, l'immagine di Napoli non ha un solo colore. «Certo che no, il talento napoletano ha dimostrato di avere tante frecce al proprio arco. I contenuti sono un pretesto, la testimonianza del rapporto di un autore con il reale. Ma il cinema più attento, gli artisti più svegli hanno in sé gli anticorpi correttivi, e li attiveranno. Non mi preoccuperei. Siamo assistendo a una fioritura d'arte magnifica che va sostenuta senza riserve. Perché è una risorsa per la città».
Lunedì 11 Settembre 2017, 10:28 - Ultimo aggiornamento: 11-09-2017 10:29

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