Testa e cuore, tutto Gianmaria in due box

Gianmaria Testa
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di Federico Vacalebre

Neanche la morte, a 57 anni, ha sdoganato presso il grande pubblico, pur abituato al culto postumo, Gianmaria Testa, ed è un peccato, perché lo chansonnier-capostazione ha lasciato un canzoniere importante e accessibile a chiunque sappia ascoltare, voglia ascoltare. Un doppio peccato perché, a ridosso del primo anniversario della sua scomparsa (il 30/3/106), sono usciti ben due cofanetti che riassumono la sua opera.

Il primo, «En studio» (l’etichetta è francese, Le Chant du Monde, distribuita da noi dalla Egea: i cugini d’Oltralpe capirono prima, e meglio, il talento discreto del piemontese, troppo lontano da qualsiasi scuola, accademia e lobby), raccoglie l’intera discografia in studio del cantautore: «Montgolfieres» (1995), «Extra-Muros» (‘96), «Lampo» (‘99), «Il valzer di un giorno» (2000), «Altre latitudini» (2003), «Da questa parte del mare» (2006), «Via mia» (2011), definendo un universo pudico, saldamente ancorato alla terra maneggiata dai genitori contadini, solcata dai binari su cui ha lavorato finché ha potuto permettersi di tenere due piedi in una scarpa, cantata con piglio mai smargiasso, mai clamoroso, così lontano da questi tempi urlati e urlanti.

Il secondo, «Live&altro», riassume invece le sue registrazioni live: «F-à Léo», omaggio a Ferrè del 2008 diviso con jazzisti come Roberto Cipelli, Paolo Fresu, Philippe Garcia e Attilio Zanchi, «Solo dal vivo» (2009) e i due volumi di «Men at work» del 2013.

Undici cd, un pugno di canzoni, melodie, storie, poesie, cronache, emozioni. Una maniera per ribadire il materiale resistente scritto e cantato da Testa. Resistente perché destinato a durare nel tempo, a restare come un culto per illuminati-innamorati. Ma resistente anche perché schierato davvero in direzione ostinata e contraria rispetto all’omologazione degli anni di silicio e silicone. Resistente perché orgogliosamente provinciale, cosmopolita ma non metropolitano, attraversato da profumi piemontesi, liguri, ponentini, provenzali. Resistente perché è canto d’amore e mai d’odio, anche se non nasconde lo stupore e persino l’orrore di fronte a un mondo barbaro che non sa capire il dramma dei migranti, a un’Italia che non ricorda quando a emigrare eravamo noi. Resistente perché, come ricorda l’amico Paolo Rossi nello spettacolo-tributo «RossinTesta», «chi non sa scrivere canzoni d’amore non può fare la rivoluzione».

L’anno trascorso dall’addio a Gianmaria è stato siglato nel peggiore dei modi possibili, esattamente 12 mesi dopo lui se n’è andato, questa volta a sorpresa, un suo caro amico, un altro provinciale figlio del mondo, ma di un’altra provincia, stavolta sudista, quella Caserta così vicina a Napoli, così lontana da Napoli. Fausto Mesolella con la sua chitarra Insanguinata aveva fatto cantare Gianmaria in napoletano, «’Na stella» l’avevano scritta insieme, l’avevano inseguita insieme. Proprio quel giorno, il 30 marzo scorso, un’amica di entrambi, Nada, aveva ricordato Testa in «Dalla parte di Gianmaria», uno speciale andato in onda su Sky Arte.

E proprio Nada è appena uscita con l’ultimo disco completato da Mesolella, «La posa». Con Ferruccio Spinetti avevano riformato il trio messo in piedi vent’anni prima, avevano ripreso materiali della Malanima (come quella «Senza un perché», rilanciata dalla colonna sonora di «The Young Pope»), di Ciampi, naturalmente di Testa («Sul porto di Livorno», «Dentro la tasca di un qualunque mattino»)...

Oggi «La posa» ricorda i due amici, lo chansonnier-capostazione e il chitarrista-caporchestra, i musici che sapevano fare silenzio, usare il silenzio, ascoltare il/nel silenzio. Che sapevano far suonare il silenzio, far fiorire il silenzio di un qualunque mattino.
Giovedì 20 Aprile 2017, 19:30 - Ultimo aggiornamento: 20-04-2017 19:50
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