Il ritorno dei Depeche Mode: con «Spirit» l'album più politico

di Federico Vacalebre

Nè un capolavoro nè un lavoro inutile, tanto per non schierarsi con i due partiti prevalenti on line: il quattordicesimo album dei Depeche Mode merita un approccio attento, un'analisi profonda. A trentasei anni dall'esordio, la band inglese che ha contaminato il mondo con il suo pop elettronico apre il disco con un pezzo come «Going backwards»: è vero che i nostri non si sono mai fatti sponsor delle magnifiche sorti, e progressive, ma sentire il sopravvissuto Dave Gahan cantare «Stiamo tornando indietro, armati di nuove tecnologie, torniamo indietro all'età della pietra», fa un certo effetto. Soprattutto se, andando avanti, si ascoltano versi che parlano di decadenza, esclusione, fallimento, retrocessione. «Spirit» è l'album più politico di un gruppo che non è stato mai politico, o forse lo è sempre stato senza accorgersene, con le sue «Music for the masses», solo che oggi azzarda una musica per masse inconsapevoli del rischio che stanno correndo, per masse che vorrebbe riuscire a scuotere. «Non lo chiamerei un album politico», mette le mani avanti Gahan, «non ascolto musica in modo politico. Ma riguarda l'uomo e il suo habitat». Ovvero il nostro futuro, quello dei nostri figli, del mondo che verrà. Quello di cui dovrebbe occuparsi la politica.

Non sarà un singolo travolgente, ma «Where's the revolution» si chiede come sia possibile non avere la gente in piazza ogni giorno e riflette sul desolato rigurgito dei nazionalismi in un'epoca che si voleva globale. E «The worst crime» è una ballata malata che si adagia in piazze metropolitane trasformate in gogne pubbliche.

Il rock, il blues, il suono digitale («Scum», «You move») sembrano convivere, come le chitarre con le tastiere di Andy Fletcher, rinunciando ogni elemento a pezzi della propria identità pur di dar vita a un cupo bordone, a un oscuro tappeto di note e clangori su cui rotolano le voci della band, attesa il 25 giugno all'Olimpico di Roma, il 27 a San Siro e il 29 allo stadio Dall'Ara di Bologna. Dopo tanto pessimismo - realismo? - Martin Gore cerca il riscatto, forse la catarsi in un pezzo come «Eternal», ma è l'eccezione che conferma la regola. Il disco cita gli amati Kraftwerk («Poorman») ma anche i Pink Floyd («Cover me») e trova la parola del titolo, «Spirit», solo nel pezzo che chiude la corsa, «Fail», anch'essa per la sola voce di Gore, mentre «Poison heart», con le sue chitarre alla Arctic Monkeys, paga pegno eccessivo al tocco del produttore, James Ford, dei Simian Mobile Disco.

A gran parte della critica il precedente «Delta machine» piacque a caldo parecchio, ai fans un po' meno. Succederà la stessa cosa anche questa volta? Potrebbe, anche se il lavoro non richiama certo da vicino il suo predecessore, per il sound, ma soprattutto per il tono, il peso delle parole. La paura di un futuro distopico, l'allarme sulla società a cui andiamo incontro, può essere fraintesa, come ha fatto, non si sa quanto in buona fede, Richard Spencer, che ha provato a reclamare l'appartenenza del trio alla sfera Alt-Right, uno dei movimenti della nuova destra americana, più che rinvigorita dal vento trumpiano. Ma Gahan ha risposto di sentirsi piuttosto parte di «un'estetica socialista», da classe operaia, ricordando gli esordi a Basildon, ma anche l'appeal della copertina, come sempre firmata da Anton Corbjn.

Dal vivo, però, a fare la differenza, saranno «Enjoy the silence», «Just can't get enough», «Personal Jesus». È la condanna di chi ha fatto la storia del rock, e ormai sa quanto sia difficile scrivere il futuro dopo averlo scritto una prima, e anche una seconda volta, e forse persino una terza, molti anni fa.
Sabato 18 Marzo 2017, 09:54 - Ultimo aggiornamento: 18-03-2017 09:54
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