La generazione X piange
la voce di Chris Cornell

di Federico Vacalebre

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Alla fine il sole del buco nero ha bruciato le ali di un altro novello Icaro, lasciando praticamente orfana la generazione X. A sventolare la bandiera del sopravvissuto è rimasto solo Eddie Vedder dei Pearl Jam. Se il grunge è stato l'ultimo alito del rock prima della sua definitiva mummificazione, quella generazione ha pagato caro il suo volo ribelle, l'essersi avvicinata troppo a quel «Black hole sun», l'aver sognato ancora un suono non piegato all'industria normalizzante. Prima di Chris Cornell - trovato morto suicida ieri a Detroit a 52 anni - la Spoon River grunge aveva raccolto le spoglie del suo compagno di stanza e amico del cuore Andrew Wood (Mother Love Bone, 24 anni), di Layne Staley (Alice in Chains, 34 anni), di Scott Weiland (Temple Pilots e Velvet Revolver, 48 anni), di Mike Starr (Alice in Chains, 45 anni), tutti stroncati dalle droghe, e di Kurt Cobain, suicidatosi a 27 anni, come leggenda pretendeva.

Chris si è impiccato, come, proprio il 18 maggio di 37 anni fa, aveva fatto Ian Curtis. La voce dei Joy Division aveva messo in scena il suo «Rock'n'roll suicide», per dirla con Bowie, ascoltando «The idiot» di Iggy Pop. Cornell è stato trovato cadavere nel cuore della notte nella sua camera d'albergo, l'MGM, nel centro di Detroit, non si sa se e che cosa avesse ascoltato come estrema colonna sonora: un amico lo aveva trovato privo di conoscenza sul pavimento del bagno con una banda attorno al collo. La notte prima aveva tenuto, al Fox Theatre l'ultimo concerto della sua vita: sembrava in forma, almeno a vedere il video che circola in rete, naturalmente sulle note di «Black hole sun». I Soundgarden preparavano un nuovo album, in scaletta avevano sparato anche i bassi assassini di «Slave & bulldozer». La famiglia, gli amici, i compagni di band del cantante e chitarrista sono sconvolti, parlano di una morte «improvvisa e inattesa». La polizia indaga.

Fallito l'assalto al cielo del grunge, ricacciato nella spirale dell'autodistruzione innescata da quella scia di morti troppo giovani, Cornell - all'anagrafe Christopher John Boyle, ma aveva adottato il cognome della madre - aveva provato a far finta di niente, ma era stato impossibile per lui, che era stato uno dei perni di quell'utopia tardorockettara in cui il punk incontrava i Led Zeppelin e il suono hard'n'heavy prendeva lezioni da Neil Young. La sua voce granitica come una roccia ma capace di essere leggera come una farfalla, le sue quattro ottave, avevano scosso prima Seattle, capitale del genere, sede dell'etichetta Sub Pop (distribuita negli anni seminali dalla napoletana Flying Records), poi il mondo. Era stata centrale nell'esplosione del movimento dei ragazzi con le camicione di flanella a quadrettoni e gli anfibi: «Ultramega Ok» (88) era un esordio di devastante impatto heavy blues; «Louder than love» (89), aveva riconosciuto nei Black Sabbath i progenitori più malati possibili; «Badmotorfinger» (91), aveva ulteriormente irrobustito il sound, ma si era scontrato con «Nevermind» dei Nirvana; «Superunknown» (94), con il megahit «Black hole sun», aveva centrato il successo (nove milioni di copie vendute) e il primo posto in classifica, ma la depressione e problemi alle corde vocali non avevano lasciato a Cornell troppo spazio per goderne; «Down on the upside» (96) aveva sciolto la band, ormai le strade di Chris e del chitarrista Kim Thayill erano divergenti. Ma no troppo: l'1 gennaio 2010 la voce del sole del buco nero twittò: «La pausa di 12 anni è finita ed è ora di ricominciare la scuola. I cavalieri della tavola del suono sono tornati». Lui, Thayill, il bassista Ben Sheperd e il batterista Mat Cameron facevano di nuovo squadra insieme, prima dal vivo, poi, nel 2012, anche su disco («King animal»).

Intanto, però, il sogno era morto, o quasi, con i ribelli della generazione X che cadevano come birilli uno dopo l'altro. Cornell non si era mai ripreso dal divorzio dei genitori, aveva scritto liriche ispirate alle poesie decadenti di Silvia Plath, cantava una generazione senza causa nè pausa, di morte, suicidio, droghe varie... Quel che restava del rock'n'roll lo manteneva vivo: era fiero di aver diviso il palco con i Ramones nel loro concerto d'addio nel 96, come del supergruppo dei Temple of the Dog (1990-92), avventura che aveva dedicato a Wood unendo Stone Gossard e Jeff Ament, i due Pearl Jam che venivano dai Mother Love Bone, il fido Cameron poi entrato nei Pearl Jam, e Mike McReady, chitarrista solista proprio della band di Vedder. Un po' meno lo era stato degli Audioslave, formati nel 2001, con Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk, ovvero i Rage Against The Machine senza Zack De La Rocha. Amava essere parte di una band, anche la sua carriera solista è, in qualche modo, la conferma questo bisogno: in «Euphoria morning» (99) aveva detto addio a Jeff Buckley; in «Carry on» (2007) si era confuso tra un tema bondiano e «Billie Jean» di Michael Jackson; «Scream» (2009), le cover di «Songbook» (2011) e «Higher truth» (2015) non hanno lasciato tracce indelebili.

Con Cobain e Vedder e Stailey ha regalato al rock il suo ultimo, glorioso, frustrato, rantolo: il suo ululato pallido e assorto in brani come «Flower», «Outshined», «Rust cage», «Spoonman», «The day I tried to live» (che se già in passato fu immaginata come una «suicide song», figurarsi oggi), «Fell on black days», «Pretty noose», «Seasons», «You know my name», «Hunger strike», «Say hello 2 heaven» e, naturalmente, «Black hole sun» oggi sono un urlo che ci si strozza nella gola. Come il suo omaggio a Prince, una straziante cover di «Nothing compares 2 u».
Venerdì 19 Maggio 2017, 09:10
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