Lo Stato Sociale: «Come diventare rockstar restando se stessi»

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di ​Federico Vacalebre

Forse stanno per diventare rockstar, l'azzardo del 22 aprile al Forum di Milano potrebbe incoronarli con un bel tutto esaurito. Ma come rocker sono ancora scarsi, a dir poco, e se glielo dici non si offendono nemmeno. Nipotini dei Cccp e dell'Emilia paranoica e filosovietica, i cinque bolognesi dello Stato Sociale forse diventeranno popstar, ma non vogliono sentirsi dire che da ribelli sono diventati pompieri.
 

Così in «Amore, lavoro e altri miti da sfatare», il loro terzo album appena uscito, autoprodotto ma distribuito dalla Universal, sfatano anche se stessi, come suggerisce «Nasci rockstar, muori giudice a un talent show», che parla più del rischio a cui stanno andando incontro, che di Manuel Agnelli, di Morgan o di Elio. «Sfatiamo anche il mito che abbiamo fatto i soldi», dicono Lodo, Carota, Albi, Bebo e Checco, collettivo sempre più democratico, vista la divisione dell'impegno vocale: «Siamo sempre degli spiantati, al massimo possiamo sperare che questo stia diventando un vero mestiere», confessano in coro. Insomma, sono solo dei precari, dei trentenni che danno voce alla generazione precaria: «Precario il lavoro, precario l'amore, precario il sesso, precaria la politica con le scissioni delle scissioni di quel che non c'è più», ragionano.

Precario, anzi no, «il pubblico»: «In Italia succede che i numeri del pop stanno diminuendo sempre di più, rendendo appetibili i numeri dei circuiti indipendente, che, intanto, si è fatto più solido, preparato, consistente», riflettono. Quando la base è poco più di una tastierina querula, lo Stato Sociale paga pegno, quando impazzisce su vortici electro punk o quando imbastisce un tormentino sulla canzone fintamente senza ritornello («Mai stati meglio») il tutto convince di più. «Vorrei essere una canzone» è la loro prima vera love song, ma «Eri più bella come ipotesi» riporta subito al primato dell'Io comunitario su quello solipsista. Ma come, poi, si potrebbe prendere sul serio un gruppo scapocchione che incide un pezzo come «Buona sfortuna» (con video che gioca con le immagini de «Il boss dei prediciottesimi») e balla sulla propria precarietà e inadeguatezza? «L'ironia è una chiave per stemperare la rabbia, un codice generazionale, un trucco, un metodo».

La politica è un «impegno improbabile, eppure necessario», nonostante si viva al tempo di «Sessanta milioni di partiti», incipit che racconta un Malpaese che ha bisogno di silenzio, e poi di una musica che sia un incendio, di esperienze che non vadano sul curriculum. Di vita reale, insomma, non virtuale. Figli del punk, non musicisti che non fanno musica ma sanno usare le parole, e trovano frasi ad effetto, a volte feroce, i ragazzi si sono concessi qualche concessione, ma senza esagerare, in modo da non perdere lo zoccolo duro fin qui conquistato, prima di tentare il salto verso il nuovo indie mainstream sound, quello di The Giornalisti, Calcutta & Co. Le radio iniziano a passarli, «e noi quasi non ce ne capacitiamo», si dicono divertiti e stanchi, passando dalla Feltrinelli di Napoli nel tour promozionale del cd. Se il successo è un mito sfatato, almeno nell'attesa di raggiungerlo davvero, l'indipendenza è l'orizzonte inseguito, la rivendicazione più ripetuta. E, allora, «Amarsi male» è la cronaca di un ordinario disamore per se stessi e per l'altra/o, è la cronaca di «una vita al contrario», di «sogni a metà», dove «abbiamo finito la felicità». Almeno fino all'eventuale sold out al Forum.
Venerdì 17 Marzo 2017, 09:09 - Ultimo aggiornamento: 17-03-2017 09:09
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