Ranieri: «Napoli in jazz, ecco il bis
tra Santa Lucia e l'America»

Massimo Ranieri con Stefano Di Battista ed Enrico Rava
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di Federico Vacalebre

Massimo Ranieri è implacabile: ci ha preso gusto nel declinare in chiave jazz le melodie napoletane, nel dividere la sala di registrazione e il palcoscenico con professionisti dell’improvvisazione, nel permettersi di fare davvero l’americano di Napoli, il napoletano d’America, ma senza paura di farsi colonizzare l’inconscio, puntando sulla convivenza di due culture musicali profondamente diverse, eppure capaci nel tempo di influenzarsi a vicenda. Dopo aver portato anche al San Carlo l’azzardo di «Malìa», con il nuovo «Malìa 2» il cantattore stakanovista conferma il tiro e, se possibile, lo corregge ancora, cogliendo un centro clamoroso.
Quando uscì «Malìa» si parlò di una sfida, di un azzardo. Come mai questo bis in uscita venerdì?
«Perché mi sono divertito troppo. Ho iniziato questa avventura quasi per scommessa, continuando nel percorso di rilettura del pianeta cantaNapoli intrapreso con Mauro Pagani. Perché è bello, alla mia età, sentirsi di nuovo un debuttante e poi, piano piano, fare sul serio».
Innanzitutto, squadra che vince non si cambia.
«Di sicuro: riecco Enrico Rava al flicorno, Stefano Di Battista ai sassofoni, Rita Marcotulli al pianoforte, Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria, con la magistrale direzione artistica di Mauro Pagani».
Il repertorio del primo «Malìa» era scelto tra il 1950 e il 1960, stavolta si spazia in un più vasto periodo del dopoguerra, con anche qualche eccezione.
«Quella selezione era iniziata casualmente e poi aveva trovato un suo metodo strada facendo. Ma ci era chiaro fin da quel momento che il progetto a cui stavamo mettendo mano era iniziato con lo sbarco degli Alleati a Napoli, con i marines americani nei vicoli della città, con due ritmi e due melodie che si confrontavano nei locali, tra whisky e signorine».
Il disco, però, inizia con «Che t’aggia di’» perla più dimenticata che minore composta da Evemero Nardella su versi di Corrado della Gatta nel 1938.
«La ricordavo cantata da Sergio Bruni, mi risuonava nelle orecchie e nel cuore da sempre, l’abbiamo riletta come un valzer. Il jazzista ha il privilegio di scegliere di suonare cose che ama, mi sono sentito un jazzista almeno in questo».
In «Malìa 2» ci sono degli omaggi più o meno diretti al suo pantheon verace personale. Partendo proprio da Bruni, «’a voce ‘e Napule».
«A parte l’esperienza da tredicenne quando il maestro mi volle come sua spalla negli Usa, a me che non avevo mai visto nemmeno Roma, Bruni è la canzone napoletana, il canto napoletano. Come dimenticarsi degli echi rurali che metteva in “Giacca russa ‘e russetto” (‘58), che qui portiamo in Sudamerica, o in “Vieneme ‘nzuonno”, perla del Festival di Napoli del 1958 da noi rivissuta come uno slow swing?».
«Giacca rossa e russetto» è un omaggio anche a Carosone.
«Senza di lui non si parlerebbe di canzone napoletana moderna. Quel pezzo l’ha scritto con Nisa, il paroliere di tanti successi, compreso “Torero” (‘57) che abbiamo destrutturato con estremo rispetto».
Poi c’è Totò e «Malafemmena» (’51), e Modugno, con «Strada ‘nfosa» (‘59) e «Musetto» (‘56), che però è in italiano.
«Ma a Mimmo io sono troppo legato e questa delizia tenera e discreta meritava di finire tra le nostre malìe, con un’intro gershwiniana e poi armonie sorprendenti».
A completare il tutto ci sono una rinnovata «Dove sta Zazà» (‘44), «Indifferentemente» (‘63), una strepitosa «Tammurriata nera» (‘44) e «Luna rossa» (‘50). Ci sarà uno show su Raiuno anche per «Malìa 2»?
«Noi siamo pronti, come per i festival jazz: ci abbiamo preso gusto. Poi dovremo fare i conti con l’oste: Viale Mazzini e pubblico che sia».
Ci sarà un «Malìa 3»?
«Di sicuro, io inizierei a registrarlo subito, anche doppio, magari arrivando sino a Pino Daniele, magari dedicandolo tutto al mio amico che non c’è più».
Intanto, il 14 dicembre, al Diana, ci sarà il debutto napoletano di «Teatro del porto», ennesimo omaggio a Viviani.
«Ennesimo mio omaggio a Viviani, certo, ma don Raffaele rimane sconosciuto e negletto persino a Napoli. È il nostro Brecht, solo che lui non aveva bisogno di Weill, scriveva tutto da solo, musiche comprese, e poi quelli spettacoli se li dirigeva, recitava, cantava e ballava. Un gigante. Con la regia preziosa di Maurizio Scaparro abbiamo messo in piedi un’antologia della sua opera, che a me preme perché la vivo nel sangue, conosco la povertà e la fame che lui ha messo in scena. Ci sono le sue parodie dei guappi, ci sono canzoni splendide come “Oje ninno” e “Voce, sceta a Maria”. Anche l’allestimento sarà brechtiano: con i testi di Viviani non c’è bisogno di scenografie, di effetti, di trucchi. Lui basta e avanza».
Martedì 29 Novembre 2016, 15:19 - Ultimo aggiornamento: 29-11-2016 15:19
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