In scena «La paranza dei bambini»
tra innocenza e sopraffazione

di Carola Rossetto

Cos'è la paranza lo racconta uno degli attori, prima del putiferio di strilli e confusione dei personaggi che si catapultano sul palcoscenico. È andato in scena ieri sera a Napoli, nel Rione Sanità, lo spettacolo «La paranza dei bambini», tratto dall'omonimo romanzo di Roberto Saviano e allestito, assieme Mario Gelardi, sul palco del Nuovo Teatro Sanità dove sarà fino al 30 aprile, prima del debutto nazionale a Spoleto, nel Festival dei Due Mondi, l'1 e il 2 luglio.

Lo spettacolo è prodotto dal Nuovo Teatro Sanità e da Mismaonda, in collaborazione con Marche Teatro. E assieme alla semplice descrizione marinara della «paranza» (piccole imbarcazioni da pesca che, in coppia, tirano le reti nei fondali bassi, dove si pescano soprattutto pesci piccoli), l'attore racconta anche l'agonia di questi pescetti, attirati dalle luci, quasi ipnotizzati, che nuotano affannosamente verso la superficie, verso la morte.

Riprendendo i fatti di cronaca recente, la storia si svolge a Forcella, nei pressi di via Sant'Arcangelo a Baiano, pieno centro storico di Napoli, zona universitaria, a due passi da via dei Tribunali e dai luoghi del turismo. A poche centinaia di metri da lì hanno sfilato gli abiti di Dolce & Gabbana.

È Forcella, poco più di un paio di rughe scavate nel volto antico della città, storico luogo di malaffare che non vuole cedere la sua storia ad un futuro che qui tarda ad arrivare. La «paranza dei bambini», nell'accezione camorristica, indica la batteria di fuoco, ma restituisce anche con una certa fedeltà l'immagine di pesci talmente piccoli da poter essere fritti e consumati all'istante. Proprio come i baby boss e i baby killer. In scena, insieme con Carlo Caracciolo - che firma la regia con Gelardi - Luigi Bignone, Antimo Casertano, Riccardo Ciccarelli e un nutrito gruppo di attori della compagnia giovane ntS', che si fatica a vederli proprio bambini sulla scena, diventano i giovanissimi, veloci, violenti e aggressivi anche tra loro. «Ciro Ciro», «'o Rerill», «'o Pop», «'o Russ», «'Nzalatella», «Recchiolone» i loro soprannomi, con date di nascita che vanno dal 1987 al 1994. Si muovono tra innocenza e sopraffazione, tra una violenza estrema e giochi innocenti propri della loro età. Tra social, canne e frequentazione di locali che ricordano un po' gli anni '80.

Si racconta l'ascesa di una paranza e del suo capo, il giovane Nicolas Fiorillo detto Maraja. Poi ci sono Briatò, Tucano, Dentino, Dragò, Lollipop, Pesce Moscio, Stavodicendo, Drone, Biscottino e Cerino, soprannomi innocui di ragazzi che sì, sono bambini, ma vogliono tutto e subito, soprattutto i soldi che li ha chi se li prende. «Io per diventare bambino ci ho messo 10 anni, per spararti in faccia ci metto un secondo»: è dalla frase di William Golding, che Gelardi è partito. «È stata la mia guida nella stesura della drammaturgia. Con Carlo Caracciolo, ci siamo posti una meta importante, creare un nuovo immaginario, abbattendo i luoghi comuni che ormai sono radicati quando si racconta la camorra. D'ispirazione sono state anche alcune graphic novel, in particolare in quelle dell'autore Frank Miller, che ha ridisegnato anche l'immaginario del Marvel dei supereroi». Ne «La paranza dei bambini», però, non ci sono eroi, vite condivisibili a cui aspirare.
Giovedì 20 Aprile 2017, 10:53 - Ultimo aggiornamento: 20-04-2017 10:53
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