Pippo Baudo si racconta:
«Il mio sapore di sale»

di Luciano Giannini

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Quella che per Eduardo De Filippo era l'elettrodomestico, per lui è il paradiso: la televisione. «Diceva mio padre: Sei nato con la malattia dello spettacolo. Aveva ragione. L'ho sempre saputo. A sei anni componevo musichette al pianoforte; giocavo al teatro e mi identificavo con i burattini. Avevo un desiderio: apparire. Ma l'età cura tutto. Oggi, a 81 anni, compiuti il 7 giugno, Pippo Baudo è una statua pregiata nel museo della televisione italiana, una voce obbligata nel volume della sua storia, e può volgersi al passato con la serenità di chi ha soddisfatto le proprie aspirazioni. «Tutto cominciò d'estate, sa? Pensi, a 23 anni, pur di fare tv, rinunciai a quel che è stato sempre il mio amore, il mare. Io sono nato in collina e fino a 15 anni l'ho solo immaginato. Quando lo vidi, ebbi come una rivelazione. Non avrei mai creduto che fosse così grande Tutto cominciò d'estate e nel posto meno estivo che ci sia, l'Università di Catania. È quello il mio luogo della memoria».


Non era uno studente modello?
«Al contrario. Mi sono laureato in diritto del lavoro con 110 e lode. Scelsi Giurisprudenza per far contento mio padre, ma già allora sognavo di fare l'attore. Grazie agli studi di diritto, mi appassionai alle discipline umanistiche. Fondai il Cut, Centro Universitario Teatrale. Fui il primo a rappresentare in Italia Aspettando Godot. Beckett mi mandò una breve nota con gli auguri e qualche consiglio sulla messa in scena. L'iniziativa ebbe successo e il rettore, Cesare Sanfilippo, un docente di idee libertarie, mi invogliò a continuare. Mi dette addirittura un piccolo contributo in danaro. E io, orgoglioso, annunciai a casa che non avevo più bisogno della paghetta settimanale. Con Pippo Fava, l'intellettuale ucciso dalla mafia nell'84, scrissi un cabaret piuttosto polemico nei confronti della classe politica... Basta. Mi laureai nel '59».


In estate.
«Appunto. Papà mi disse: Ora fai una bella vacanza alla Plaja, la spiaggia di Catania».

E lei?
«In quegli anni avevo conosciuto la televisione. Ricordo che andavo al bar a vedere Telematch con i mimi di Silvio Noto e, al cinema, Lascia o raddoppia?. Quella scatola mi entrò dentro e non è uscita più. Papà, niente mare quest'anno. Parto per Roma, destinazione via Teulada. In viaggio immaginavo di sbarcare a Hollywood, in un castello delle meraviglie. Mi ritrovai davanti a un cancello che sembrava il carcere di Rebibbia».

Si perse d'animo?
«No, incrociai il colonnello Bernacca, quello delle previsioni del tempo. L'estate era torrida. I marciapiedi bruciavano, ma non gli chiesi quando sarebbe piovuto. Scusi, chi è che può farmi fare un provino?. E lui: Si rivolga alla signora Manenti. Detto fatto. Lei mi rispose: In quale categoria si cimenta? Io: Pianista, cantante, presentatore, attore. Lei: Non le sembra un po' troppo?. Io: Non si preoccupi, scriva il mio nome».

Come andò?
«Mi trovai di fronte ad Antonello Falqui, il regista di Studio uno, per intenderci: Lei è siciliano, quindi non parla italiano!. Mi metta alla prova. E lui, anticipando involontariamente il mio futuro: Immagini di stare a Sanremo e presentare Mina».

E lei immaginò...
«Sapevo tutto. Di Sanremo e di Mina. Rimasero sbalorditi. Mi fecero abile a spettacoli minori. Dopo una settimana mi chiama la signora Manenti: Venga, c'è un programma per lei, Primo piano; ma porti un abito scuro. La gioia mi usciva dai pori, ma il vestito non l'avevo. Mi aiutò mia zia, che mi ospitava a Roma. Ne comprai uno leggero, color carta da zucchero. Ero stato chiamato per una puntata, me ne fecero condurre sette, il mio numero fortunato, quello della mia nascita, del mio ufficio, che avrei chiamato Studio 77, e del mio primo programma importante, che intitolai Sette voci, un talent ante litteram, dove lanciai, tra i tanti, Al Bano, Orietta Berti, Marisa Sannia e Massimo Ranieri, che il primo giorno si presentò in studio con i calzoni corti».

Ma lei non ha rischiato di diventare giornalista?
«È vero. Dopo le sette puntate di Primo piano, mi chiamarono al tg nazionale e mi mandarono all'estero per un programma intitolato Guida degli emigranti. Belgio, Libia, Tunisia... Al ritorno, il direttore Leone Piccione mi offrì non solo il contratto, ma anche la casa. Professore, la ringrazio, ma io voglio fare il varietà».

La sua reazione?
«Tu sei pazzo. Ma non lo ero. Perché nel '68 condussi Sette voci, che mi aprì la strada del successo».

Una canzone che l'ha seguita in tutto questo tempo?
«Sapore di sale, che è il trionfo del mare. E, poi, i cantautori mi sono sempre piaciuti. Ricordo Tenco. Un giorno mi fece ascoltare Un giorno dopo l'altro. Triste ma bellissima, gli dissi. Sanremo lo devo anche a lui. L'anno in cui si uccise, il conduttore era Mike Bongiorno, e alla Rai pensarono: Non possiamo richiamarlo. Scegliamo un giovane. E io mi ritrovai sul palco dell'Ariston».

E oggi? La tv la tormenta ancora?
«No. Sono un ottantenne sereno e soddisfatto, attento a quel che accade nel mondo e molto critico. L'anno scorso ho avuto la soddisfazione di condurre una edizione nobile di Domenica in. Sono tranquillo, la sete di tv si è calmata. E finalmente posso andare al mare. Per scoprire non quanto è grande, ma quant'è profondo».
Sabato 15 Luglio 2017, 10:08 - Ultimo aggiornamento: 15-07-2017 14:00
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