​Prestiti «a strozzo» per conto di Schiavone jr: 4 condanne​

schiavone jr
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CASERTA - Sono accusati di aver chiesto tassi da usura per conto di «quelli di Casale» ai titolari dell’azienda «Le Tappisier» di Aversa. E di aver imposto la vendita di automobili in una concessionaria. Ieri, la sentenza in Appello per il figlio del boss Francesco Schiavone detto Sandokan, Nicola Schiavone e per gli altri imputati. I giudici della terza sezione penale di Napoli hanno confermato le condanne per tutti. Ma per Luigi Ornato di 53 anni di Aversa è stata esclusa l’aggravante mafiosa. In sostanza, i magistrati della corte di Appello di Napoli hanno condannato Nicola Schiavone a 5 anni e 5 mesi, con uno sconto di tre mesi di reclusione. Per Schiavone jr, difeso dall’avvocato Mauro Valentino, è giunta anche la condanna all’ergastolo per il triplice omicidio Papa-Minutolo-Buonanno nel 2009, in Cassazione. Confermata la condanna per Giulio Brusciano a 5 anni e 4 mesi e per Salvatore Di Puorto i giudici hanno sottoscritto la pena a 5 anni e 8 mesi per usura, confermando anche il risarcimento dei danni alle vittime. Ornato, difeso dall’avvocato Mario Griffo, ha «intascato» la pena a cinque anni. Tutto era nato da una denuncia e l’intervento della squadra mobile di Caserta che aveva stretto le manette ai polsi dei presunti responsabili.



La confessione strappalacrime in udienza, due anni fa, di Roberto Aluzzi, titolare con la moglie di un esercizio commerciale ad Aversa «piegato» dalle richieste estorsive mascherate da usura, aveva commosso tutti. «Ho venduto la mia fede nunziale per poter pagare la tangente ai miei aguzzini, volevano oltre un milione di euro», aveva spiegato Aluzzi, difeso dal legale Giovanni Zara. Nella prima fase d’indagine era emerso anche che un imprenditore titolare della concessionaria «Aut Pezone» aveva ricevuto da Luigi Ornato e da Salvatore Di Puorto una Toyota Yaris di proveninenza illecita in quanto prezzo dell’usura ai danni. L’auto era stata anche esposta nella concessionaria, ma la magistratura aveva captato che c’era qualcosa di strano nell’esposizione di quella vettura. Così, le indagini si erano unite a quelle già avviate della squadra mobile. In giudizio, si erano costituite come parte civile le associazioni Alilacco Sos Impresa, Unione Casertana Antiracket e Grazie e Michele Di Palma con Aluzzi. Quest’ultimo, imprenditore caduto in rovina, ai magistrati del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, aveva spiegato che non era riuscito a pagato le rate del mutuo: «Così la banca si è ripreso il mio appartamento del valore di oltre 300mila euro», aveva dichiarato. Da un lato gli «strozzini» del clan dei Casalesi. Dall’altra le banche. Leggi l'articolo completo su
Il Mattino